Ha respirato l’arte fin dalla sua infanzia, apprezzandola in tutte le declinazioni. La scrittura è una di queste. Da appassionata di  J.R.R.Tolkien è arrivata a pubblicare il suo primo romanzo «Nicolas Kee e il Viaggiatore del Domòn», nel quale mette in luce un inedito Tintoretto, alias Jacopo Robusti, che se non alto di statura è stato all’altezza della Venezia del Cinquecento.

di Alessandra Scolari

Roberta dal padre Alberto, bravo fumettista (disegnava anche per il Vittorioso) e pittore, ha recepito l’amore per l’arte. Laureata in lettere moderne, specializzazione in «Estetica» all’Università di Verona, diventa giornalista e critico d’arte. Oggi organizza incontri, conferenze culturali, cura mostre di artisti locali e nazionali. Collabora con l’Associazione Italiana Studi Tolkieniani, l’Associazione Tolkieniana  Rohirrim di Verona e presiede la Compagnia degli Argonath (appassionati lettori di Tolkien). Nel marzo scorso pubblica il suo primo romanzo Nicolas Kee e il Viaggiatore del Domòn, edizioni Delmiglio.

Roberta, lei è originaria o è arrivata in Valpantena? Ci definisce questa valle in cinque aggettivi?

Sono nata a Verona. Avevo sette anni quando papà ci ha riportato tutti nei suoi luoghi d’infanzia (è di Santa Maria in Stelle, ndr). Da Sezano, dopo il matrimonio, mi sono trasferita a Marzana. La Valpantena per me significa affetti, natura, bellezza, arte e accoglienza: questo paesaggio è inclusivo, abbraccia!

Giovanissima si è innamorata del  libro «il Signore degli Anelli» di  J.R.R. Tolkien: perché?

Ho letto per la prima volta Il Signore degli Anelli quando ero al liceo. Non sapevo niente né del libro né del suo autore. E, quando ne parlavo agli amici, mi guardavano come se venissi da un altro mondo.  Molti non lo conoscevano e non erano ancora usciti i film. Leggere il romanzo di  J.R.R. Tolkien mi aprì davvero un mondo nuovo, anche se fin da bambina sono stata “divoratrice” di libri. Quel libro aveva qualcosa di straordinario, di epico. Allora non immaginavo quale ruolo importante avrebbe avuto nella mia vita.

Preferiva già il genere fantasy?

All’inizio leggevo i romanzi di Emilio Salgari, i più sconosciuti, i fuori serie (non quelli dedicati a Sandokan o al Corsaro Nero). Erano l’anticamera per viaggi e avventure incredibili. Poi  mia mamma mi regalò La storia infinita, di Michael Ende. Avevo 11 anni e ancora oggi vi sono affezionata. Grazie a Ende scoprii il fantasy e da allora non l’ho più abbandonato. 

Dal fantasy di Tolkien all’arte, al giornalismo, alla scrittura?

Esattamente. Tra loro scorre un filo comune: raccontano l’essere umano, con le sue passioni e  le sue paure, la sua capacità di riscatto, la sua forza e il suo coraggio. I bravi scrittori, gli artisti e i giornalisti hanno una percezione acuta della realtà e mantengono lo stupore nei suoi confronti per poterla interpretare. L’arte e la letteratura fantastica permettono di guardare il nostro mondo con occhi diversi “liberandoli dall’odiosa opacità del banale o del familiare, dalla possessività” diceva Tolkien. 

A marzo è uscita la sua prima opera letteraria: dove è nata l’dea? È autobiografica?

La traccia del libro risale a parecchio tempo fa e lo scorso anno l’ho ripresa in mano, su sollecitazione della casa editrice Delmiglio, che devo ringraziare per la fiducia:  riscontro che sta ottenendo buoni apprezzamenti. Autobiografico? In alcune parti sì. Ad esempio Nicolas ama leggere e disegnare, ama mettersi in gioco e vivere la vita come un’avventura. 

Cosa hanno in comune Tintoretto e Nicolas?

Nel mio romanzo accosto questi due personaggi diversi, ma accumunati dallo sguardo profondo sulla realtà. Entrambi escono dal loro vissuto – Venezia del 1530 per Tintoretto e quella odierna per Nicolas Kee – e si ritrovano nel Domòn, un luogo fantastico tra realtà e creatività, in cui scopriranno chi sono veramente.

A che età lo consiglia?

È un libro per ragazzi dai 14 anni, ma lo suggerisco anche agli adulti. Sarebbe davvero un grande dono se ciascuno di noi potesse avere uno sguardo di “meraviglia” nei confronti di ciò che lo circonda.

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