Sono messaggi indirizzati dal passato, le iscrizioni. Una guida, scritta da Mareva De Frenza, accompagna alla scoperta di queste antichità di cui la città e la provincia sono punteggiate. E che hanno ancora parecchio da raccontare ai contemporanei

LO STORICO SCIPIONE MAFFEI le considerava “antichità parlanti”. In effetti, se ci si sofferma a osservare una delle tante iscrizioni romane affiorate dal passato di Verona, e di alcuni luoghi della sua provincia, si scopre che queste pietre hanno ancora parecchio di interessante da comunicare ai contemporanei. Per rispolverare alcuni dei messaggi scolpiti da millenni nella memoria della pietra, facendone letteralmente rivivere i protagonisti, c’è la pubblicazione Le pietre raccontano. Guida alla vita quotidiana di Verona romana (edizioni Cierre). L’autrice Mareva De Frenza, guida  autorizzata con laurea in Epigrafia romana all’ateneo scaligero, non nasconde la sua passione per i documenti incisi. «Nel mondo romano le iscrizioni erano dappertutto: dalle porte di accesso alle città agli archi, ai templi, alle facciate delle case. Persino sulle tubature che, collocate sotto il manto stradale, conducevano l’acqua verso edifici pubblici, terme e fontane. In una città romana, dunque, c’era molto da leggere», spiega, aggiungendo di aver dedicato allo scritto due anni di lavoro.

Così, con il libro a portata di mano come se accompagnati da un intraprendente cicerone, si può iniziare una caccia al tesoro alla ricerca di una ventina di antichi tasselli più o meno nascosti: «Si trovano tutti all’aria aperta o su monumenti, spesso sono stati sottratti al loro contesto originario e reimpiegati come materiale di costruzione», prosegue. Poi alla soddisfazione della scoperta si unisce la conoscenza. Ogni frase in latino, sigla o abbreviazione diventa il pretesto per essere accompagnati, con l’aggiunta di un pizzico di fantasia, in una vicenda del passato.

La prima tappa è alle origini della nostra città, con dettagli che magari non balzano agli occhi dei meno attenti, ma che sono scolpiti su una lapide in tufo nel pilone della facciata in laterizio di Porta Leoni. Un sigillo di qualità, databile intorno all’anno 49 a.C., assegnato dai magistrati cittadini ad attestare che mura, porte, torri, fognature erano stati costruiti a regola d’arte.

 

C’È DA PERDERSI TRA LE CURIOSITÀ. Perché no, pure fermando per qualche minuto il passo per sorseggiare un aperitivo a

Mareva De Frenza

lato di Porta Borsari, dove tra i tavolini del plateatico spicca un grande altare in calcare bianco la cui iscrizione rimanda a Petronia Tertulla. «Tra una chiacchiera e una risata, gli avventori vi appoggiano distrattamente i loro bicchieri. Prima di questo utilizzo, anticamente il cippo doveva indicare il luogo di sepoltura della giovane, morta all’età di appena tredici anni», descrive. Anche il quartiere di Veronetta è generoso di spunti. Basta spingersi fino in via Carducci, all’angolo con vicolo Paradiso, e alzare lo sguardo per individuare una lapide realizzata nel sedicesimo secolo. «Non è un testo antico, ma è inciso su uno dei massi che un tempo facevano parte dell’Arena. Ricorda che un certo numero di pietre con le quali in epoca romana era stato costruito l’anfiteatro, in seguito reimpiegate nelle mura della città, erano state donate dal conte Giovanni Battista Della Torre per la costruzione di nuovi palazzi», indica la cacciatrice di messaggi. Sms, salvati nella pietra, che risultano certamente più avvincenti da leggere di quelli che appaiono sullo schermo di un telefonino. Non è un caso se dall’esperienza della guida sono nate altre iniziative sulla Verona al tempo dei romani: come le serate itineranti, in programma dalla primavera prossima, che daranno vita e voce, grazie alla presenza di 30 attori, ai personaggi del libro. Per tenersi aggiornati su queste e altre iniziative, è possibile consultare la pagina Facebook Tabula Peutingeriana.