La storia del poeta armeno Varujan,  delle sue poesie amate e tradotte dalla scrittrice Antonia Arslan. Nel centenario del genocidio armeno, dopo l’appello del Papa e  la chiusura sorda della Turchia, Verona ricorda e ascolta.

Accostarsi a una narrazione dolorosa è sempre cosa difficile. Ma questo non implica, necessariamente, la rinuncia a confrontarsi con quella storia. Lo sa bene, Antonia Arslan, scrittrice padovana ma armena di origine e di cuore, che ha dedicato i suoi anni alla cultura della memoria. «C’è un libro meraviglioso»  racconta la scrittrice ai molti veronesi  che il 27 febbraio, nelle belle sale della Società Letteraria, sono intervenuti al convegno dal titolo “Cent’anni fa il genocidio degli Armeni”. Il libro, Pro Armenia, di cui lei ha curato la pubblicazione, tiene insieme le testimonianze di quattro intellettuali ebrei che vedendo quanto era successo nel 1915,  denunciarono l’eccidio  dopo averne intuito la natura terribilmente sistematica, con tutta  l’ironia perversa di una storia che vent’anni dopo avrebbe ospitato gli orrori della Shoah.  «L’Armenia deve farsi conoscere», era l’appello accorato e a lungo  inascoltato di  Gramsci, nel 1916, all’indomani dello sterminio mandato avanti  dai  Giovani Turchi.  Il sogno nazionalista di alcuni dei grandi padri della Turchia  reca infatti  il prezzo  della morte di un  milione e mezzo di armeni. Ancora oggi, cento anni dopo, della tragedia di famiglie saccheggiate dei loro averi e abbandonate nel deserto siriano a morire  di fame e di sete, si parla poco e distrattamente.  Alcune volte ci si rifiuta, con ostinazione, di riconoscerne l’esistenza.

Si sarà indignata Arslan, l’autrice delle righe struggenti de La masseria delle allodole ( Rizzoli, 2004) e delle pagine disperate  de La strada di Smirne (Rizzoli, 2009), dopo le chiusure testarde del premier turco Erdogan in merito alla tragedia armena. Le recenti dichiarazioni del papa hanno infatti  sollevato il tappeto di polemiche e silenzi che per troppo tempo ha nascosto i cocci di una delle più drammatiche carneficine del Novecento. «Bisogna stare attenti a negare- avverte la scrittrice- è una lebbra che si diffonde».

Mai come oggi, conoscere e riconoscere questa tragedia vuol dire  capire meglio quelle che popolano il nostro oggi. La scrittrice parla in particolare del rituale di morte che i Giovani Turchi inscenavano con grande cura, con il desiderio pressante di esporre la fine materiale dei nemici. Tra la documentazione storica, emergono, infatti,  le foto delle atrocità commesse e volutamente offerte  all’obbiettivo; dalle teste mozzate degli intellettuali armeni disposte con spregio su raffinati tavolini in  stile liberty, fino  alle espressioni finite di uomini impiccati, avvolti in tuniche bianche. Agghiaccianti esibizioni che non possono non ricordare gli strazi volgarmente esposti dell’Isis, che, oggi, riprende gli ultimi attimi delle sue vittime, vestite di arancione.

Ma se è un dovere  ricordare, un dovere è anche sperare. Ed è quello che prova a fare Verona.  Tra gli “assaggi” del Festival biblico che anticipano la Kermesse  su suolo scaligero, si inserisce   l’eccezionale presenza di Boghos Zekiyan Levon, recentemente divenuto l’Arcivescovo di Istanbul per gli Armeni Cattolici della Turchia. Nell’anno del centenario del genocidio armeno,  Levon, sabato 16 maggio alle 20.30 nella Basilica di San Zeno, terrà una conferenza dal titolo “La parola nel vissuto cristiano armeno” con approfondimenti circa la storia della Chiesa e delle liturgie armene. Nella giornata di domenica 17, alle 11.15 presiederà La Messa Solenne con rito armeno, accompagnata dal coro dei padri Mechitaristi dell’Isola San Lazzaro degli armeni di Venezia.

Anche la storia dei versi de  Il canto del Pane, edito in italiano grazie al lavoro della signora Arslan,  meriterebbe lo spazio del ricordo, perché la sua vicenda è un miracolo, di quelli delicati, che la vita ogni tanto permette. È  una raccolta di poesie,  sopravvissuta straordinariamente al Golgota armeno.  L’aveva nella tasca della giacca, il suo autore, il grande poeta armeno Daniel Varujan, nell’altra tasca teneva  l’Iliade, la sua ispirazione. Si perse per anni, dopo che lo scrittore venne arrestato la notte del 24 aprile 1915 quando l’orrore turco iniziò,  colpevole, come gli altri intellettuali,  di essere la voce del suo popolo, quello sbagliato.  Grazie all’incredibile tenacia di alcuni amici, dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, Il canto del pane viene  trovato tra gli enormi quantitativi di beni sequestrati alla minoranza. Pubblicato a Costantinopoli nel 1921, diviene il simbolo della vita, le parole di una  generazione spezzata. Sono versi intensi che dicono del  legame forte dell’uomo con la terra, celebrano il pane che è  nutrimento e speranza, e vengono da una voce uccisa nei deserti dell’Anatolia.