Dietro alle bellezze di un paesaggio senza eguali si nasconde il fantasma del turismo sessuale, che inghiotte senza remore la vita di tanti, troppi, bambini. Raccontiamo i due volti della Thailandia moderna, quello della bellezza, e quello dell’orrore.

I nomi sono importanti perché aiutano, se non a comprendere le cose, almeno a sfiorarle. E la Thailandia, con il nome impegnativo che porta, ne sa qualcosa. “Terra dei liberi“, questo è il significato della parola che contiene le contraddizioni grandi del Paese che riposa accanto alla Cambogia, al Laos e alla Birmania.

Un nome difficile con cui andare in giro, che dice già di una cultura bella e complicata, che trova il suo nutrimento nel “sanuk“, l’atteggiamento particolare di leggerezza che è proprio della mentalità tailandese. Una filosofia del sorriso che si deve applicare ovunque, dal lavoro alle faccende domestiche, per strada e al mercato. Trovare la bellezza e il “sanuk”, il divertimento, nelle cose normali è il vero lavoro di tutti. Un approccio alla vita così diverso da quello occidentale, che pare debitore degli influssi del Buddismo, quello di tradizione theravadica. E infatti ben il 95 % della popolazione thai pratica questa versione, secondo alcuni più antica, della religione del Buddha.

Allontanarsi dalle cose, capire la vanità dei beni materiali ed entrare in contatto con il proprio io, dopo attenti momenti di introspezione; sono questi, non per niente, gli ingredienti alla base dei mesi che ogni cittadino tailandese di sesso maschile, per dirsi tale, deve trascorrere in un monastero, dopo aver compiuto la maggiore età. Al termine del periodo di provvisoria monacazione si diventa “Khon Suk“, ovvero uomini maturi, pronti per affrontare la vita con la giusta prospettiva. Chi non segue questo tirocinio dell’anima è visto dalla comunità come un “Khon dip“, un uomo a metà, che non è in grado di dare il vero peso alle cose, di relativizzare il dolore e di dare, nella vita, le corrette proporzioni alla sofferenza e all’amore.  Oltre all’eleganza del pensiero, il Regno della Thailandia, offre agli occhi, bellezze straordinarie. Dai “wat”, i templi perfetti di quella che era l’antica capitale, Ayutthaya, oggi patrimonio mondiale dell’Unesco, alle straordinarie meraviglie dell’atollo di Angtong, passando per i colori travolgenti della barriera corallina di Koh Phi Phi Don. Insomma un paese, quello che fino al 1949 aveva il nome di Siam, che “lascia qualcosa dentro”, come ci racconta Massimo Aguscio, un giovane che ha visitato la Thailandia il marzo scorso e ne parla ancora, con voce innamorata.

Ma è anche un luogo, quello abitato dal popolo thai, dove le contraddizioni sono assordanti e, a volte, fanno male sul serio. «Mi ha ribaltato anima e corpo», ci dice Gianni Braghi, ferroviere in pensione, viaggiatore e volontario instancabile un po’ dappertutto, da Santa Maria in Stelle fino all’altra parte del mondo. Negli occhi ancora il Perù che ha amato, dove è stato per ben sei volte, Gianni parla del pezzo di Thailandia che ha visto, con coraggio. Ci racconta della Walking Street, della via più tristemente celebre dell’intera Thailandia e con un sospiro ci parla anche dei bimbi con addosso solo i loro dieci anni che si prostituiscono per una manciata di monete, alle undici di sera. Dei giovanissimi ragazzi e ragazze che si offrono docili alle carezze del miglior offerente, sia esso europeo, giapponese o russo, poco importa.

Ci parla con indignazione del male che ha visto. Ed è un’indignazione, la sua, che pare riposarsi solo quando ricorda i nomi dei bambini che ha conosciuto nelle sue settimane da volontario per l’associazione Take Care Kids Onlus e Thailand Foundation, che proprio a Pattaya, capitale mondiale del turismo sessuale, ha messo le radici. Come il nome del piccolo Oi, sei anni, così traumatizzato da un’infanzia di abusi da fuggire anche il contatto pulito di una mano amica, sulla spalla. Lui come altri piccoli salvati dalla strada, abita allo “Shelter”, la casa della no-profit italiana. L’hanno chiamata “rifugio”, perché fosse un’isola in mezzo al male che nasce quando non si può scegliere. Volevano che questo edificio con 15 posti letto fosse il riparo dove stare al sicuro dopo anni distrutti dagli abusi e negati dallo sfruttamento sessuale. L’associazione che nasce cinque anni fa dalla sensibilità di Giorgio Lusuardi, giornalista originario di Bolzano ma residente, quando i viaggi glielo concedono, a Bardolino, tiene insieme bimbi con età diverse, ma con storie tristemente simili.

È difficile davvero contenere in un discorso lo splendore affascinante e il brutto vergognoso di un paese che ha tradizioni ammalianti, ma anche orrori quotidiani, che parlano di ogni tipo di miseria.

Ma forse un modo per dire di questo luogo dai contrasti stridenti ce lo regala proprio la sua sua cucina, la migliore al mondo per quanto riguarda il Thai street food. Amalgama di gusti diversi, frutto di una storia di invasioni che ha portato guerre, ma anche spezie e ingredienti, il cibo tailandese  bilancia, con perfetto equilibrio, l’acido e il dolce, il salato e l’amaro. Un tentativo di tenere insieme tutto, come insegna la più coraggiosa delle conciliazioni.