Dallo scorso marzo un sanguinoso conflitto civile sta sconvolgendo l’Africa Centrale. Le vittime si contano a centinaia, ma nonostante interventi militari massicci anche da “mamma” Europa, gran parte di questo dramma rimane nel silenzio, un silenzio che per molti è intriso d’angoscia.

 

Chiamatelo Dieubenì. Il caso gli ha appiccicato addosso questo nome, perché non ha avuto la possibilità di una madre che glielo scegliesse.

Ha occhi puliti e po’ tristi come chi ha pianto troppo, un sorriso che ha fame e mani che amano il gioco. A scuola, finché si poteva andarci, era bravo, il migliore diceva, sorridendo, la maestra.

Gli piaceva socchiudere gli occhi per immaginare, quando ascoltava da qualcuno il racconto della neve e del mare che non ha mai potuto guardare.

Oggi gli occhi li chiude per non vedere. Perché la guerra è arrivata ad interrompere la sua infanzia, anche lì nell’orfanotrofio delle Figlie del Sacro cuore di Gesù, a Bimbo, vicino alla capitale, dove  abita con altri bambini, figli di nessuno come lui.

Il suo paese si chiama Repubblica Centrafricana, lontana nel nome come nelle distanze, ed è sconvolta dal marzo 2013 da una pesante guerra civile. Una guerra intima, inquietante perché non la sa nessuno. Una mattanza indiscriminata che coinvolge tutti e che sembra ora precisarsi nel conflitto interreligioso che oppone cristiani a musulmani. Le milizie Selekà, a prevalenza islamica, dopo aver destituito nella scorsa primavera il presidente Francois Bozizè, hanno mandato avanti azioni di violenza indiscriminata, saccheggi, stupri e omicidi. Per contrastarle sono nate le milizie cristiane Anti balaka e in un attimo è stato conflitto civile. Per evitare che la situazione, già gravemente compromessa, precipitasse, la Francia, sempre sensibile alle sorti delle sue ex colonie, ha inviato un contingente di 1600 soldati a sostegno delle forze panafricane della Misca, composte da 3600 militari che presto saliranno a 6000. Ma nessuna operazione sembra sufficiente.

Infatti oltre al numero sempre in aumento dei morti ufficiali e a quello sconosciuto dei tantissimi sepolti in fosse comuni, preoccupa il mezzo milione di profughi stipati in campi improvvisati, zuppi di fango dopo le piogge torrenziali delle ultime settimane.

A Bangui, la capitale, la situazione è drammatica, con la totale assenza di ripari e di servizi igienici e con il razionamento sempre più spaventoso dei generi alimentari. L’associazione internazionale Medici senza Frontiere riferisce che molti  bambini dei campi profughi non mangiano da una settimana e prevede che saranno 13.500 i casi di malnutrizione entro l’anno. Ma l’appello che gli operatori umanitari della Ong francese e di Emergency muovono con più decisione alle Nazioni Unite è specialmente legato alla necessità di disarmo. Maceti, fucili e bastoni sono ormai nascosti in ogni abitazione, tra i vestiti della gente normale come tra quelli dei miliziani di Selekà che dopo le recentissime dimissioni dalla presidenza del loro capo, Michel Djotodia, si sono dati alla macchia. È facile intuire, infatti, come la rabbia e la frustrazione armate di coltello possano trasformarsi in violenza e incrementare il numero dei massacri.

La Bbc rende noti alcuni episodi che misurano la temperatura di una tragedia inascoltata e disumana, come quelli recenti che parlano con orrore degli atti di cannibalismo di un cristiano, dopo la vicenda soprannominato “Mad dog”, che ha infierito sul corpo della sua vittima musulmana, in mezzo alla scioccata piazza del mercato. «C’è un genocidio in corso» così commenta l’Onu, paragonando la crisi centrafricana a quella ruandese degli anni Novanta e a quella della vicina Bosnia. L’ambasciatore francese Araud presso le Nazioni Unite parla di «un odio profondamente radicato».

Risultano, quindi, tragicamente opportune le preghiere del Papa, durante la benedizione Urbi et Orbi, affinché  «cessino immediatamente le violenze e i saccheggi» nel poverissimo stato africano.

E intanto, mentre il mondo inizia ad accorgersene, in una stanza buia con le zanzariere strappate e il “Padre Nostro” sottovoce sulle labbra, bambini, stretti nel rifugio freddo delle lacrime, aspettano.