Per mesi, ogni settimana si sono trovati il giovedì. Quindici detenuti e otto studenti delle superiori hanno letto Dante, ne hanno masticato gli endecasillabi trecenteschi, così difficili da capire eppure, in qualche modo, così vicini.  Sotto la guida del regista Alessandro Anderloni, hanno messo in scena “Ne la città dolente” uno spettacolo itinerante tra gli spazi della carcerazione, le piccole sale, i corridoi, il giardino di cemento.

Quattro serate (29 aprile, 2, 3, 4 maggio), quattrocento persone ad applaudirli. Così, tra Caronte e Pluto, plasmando le terzine con deroghe dialettali e con frammenti del proprio vissuto, hanno mostrato che il carcere non è per forza “una città dolente”. Portare in scena l’inferno dantesco lì, nel carcere di Montorio è stato un rischio. Un azzardo vinto, se si guardano gli applausi e i riconoscimenti che hanno accompagnato l’ultima serata di repliche, sabato 4 maggio. I detenuti hanno ricevuto quella che in gergo si chiama “la ricompensa”, concessa dalla direttrice della Casa Circondariale Maria Grazia Bregoli per la condotta meritevole. Lo spettacolo rappresentato, frutto di un laboratorio annuale tenuto da Anderloni insieme all’attrice Isabella Dilavello e l’attore-danzatore Paolo Ottoboni, è stato concepito come un sentiero da camminare.  Gli attori sono stati guide ma anche i protagonisti dei gironi infernali, insieme a loro si è passeggiato tra i suoni del dolore nei quadri tratti dai 34 canti dell’Inferno con una selezione di terzine. Da Paolo e Francesca a Farinata degli Uberti passando per  Ulisse senza tralasciare le voci urlanti di Minosse, Cerbero, Pluto e dei diavolacci di Malebranche.

Foto Flavio Pettene

Questo è solo il primo capitolo del progetto triennale “Dante Settecento” che prevede, l’anno prossimo, la salita al monte del Purgatorio, nel 2021 si conclude poi con l’ascesi al Paradiso. Promosso dall’associazione culturale Le Falìe, il laboratorio vede protagonista Il Teatro del Montorio, la compagnia teatrale nata nel 2014  proprio nel carcere veronese. Accanto ai detenuti anche alcuni studenti veronesi del “Marco Polo”, “Angelo Berti”, Ipsia “Giovanni Giorgi” e “Nani-Boccioni” per un’iniziativa che ha il sostegno della Fondazione San Zeno e il patrocinio dell’Ufficio Scolastico VII d’Ambito Territoriale di Verona, nonché la collaborazione del Festival Biblico all’interno del quale sono state inserite due date.

Foto di Flavio Pettene

Nella biblioteca del carcere c’è solo una copia della Divina Commedia e per mesi se la sono contesa in tanti. «Dante è diventato uno di noi», come si legge sul cartellone che si è trasformato un po’ nel canovaccio fisico del laboratorio. Per questo, ribadisce Anderloni, è stato fondamentale percorrere «Dante nella sua essenzialità», attenersi a quelle terzine così complete, sintesi di ogni disperazione, personale e collettiva. Quei corridoi, dove gli orologi segnano sempre un’ora diversa, saranno perennemente da attraversare. Eppure proprio qui, tra le geometrie della reclusione, la speranza trova il modo di essere coltivata. Si può fare teatro, si può interpretare Dante e un giorno si potranno pure «riveder le stelle».