Non sempre si sa come iniziare. È un privilegio di pochi, avere chiare e strette le definizioni. Dell’Albania niente è nitido, definito, definibile.

Si potrebbe, forse, partire proprio da questa impossibilità di dire, di precisare. È un’incapacità che avvolge tutto, lì; dalle strade alle storie, dai passanti ai negozi, al passato, di un comunismo sporco e chiuso.

L’Albania è un posto da allestire. I valori civili e morali sono in perpetuo stato di lavori in corso. Come le case, ovunque rosse di mattoni o grigie di cemento che sfuggono con insistenza l’intonaco, perché le tasse, lo sanno bene gli albanesi, si pagano solo sull’immobile intonacato. Un paese, insomma, che abita il non finito.

É una nazione strana che, grande solo come la Sicilia, è capace di avere 69 partiti politici di rappresentanza. Che dopo quattrocento anni non riesce, ancora, a riprendersi le reliquie del suo eroe nazionale, Giorgio Scanderbeg, in ostaggio del museo di Vienna.

Un luogo dove gli autobus sono furgoni stracciati, guidati da privati, che raccolgono i passeggeri nelle varie rotonde. Dove le macchine, costosissime, dei mafiosi locali, scorrazzano indisturbate senza targa, con tutti i vetri oscurati. Un posto dove gli uomini, almeno la maggior parte, stanno seduti al bar con un bicchiere di raki (la grappa locale) davanti, scegliendosi ogni giorno, solo, il mestiere di guardare.

Un modo di non agire che racconta di un’economia bloccata, che vive di rimesse dall’estero per il 19%, come emerge da un recente rapporto della Banca d’Albania. Si calcola, addirittura, che se il flusso dei soldi inviati in patria dai migranti si esaurisse, il 40 % delle famiglie albanesi vivrebbe sotto il limite della povertà. «La nostra storia è una di quelle pesanti. Ci ha fatto stanchi, ci ha resi rassegnati» prova a spiegare così l’indolenza di una parte della sua Shengjin (località dell’Albania settentrionale, ndr), Adrian, barista, 35 anni, cinque trascorsi a Roma. E forse è vero, perché un cinquantennio di dittatura comunista, fortemente isolazionista, i suoi drammi li compie e li scrive. Ora su un settore primario che, specialmente al nord, non si muove oltre l’agricoltura di sussistenza ora su un comparto industriale che non decolla, ora su un terziario sregolato che avanza scomposto, costruendo palazzoni in serie con i soldi, spesso sporchi della mafia albanese. Sono appartamenti per le vacanze, alberghi, locali, quelli che popolano i paesaggi della nuova Albania e che ci tengono a ricordare, con una certa esagerata insistenza, quelli della riviera romagnola. Con l’unica differenza, forse, che alla discoteca Paradiso di Rimini difficilmente le risse finiscono con i kalashnikov come invece è usanza ormai collaudata presso il Rafaelo Resort, di Shengjin. La violenza e le armi qui appartengono quasi a tutti. Quasi, non a tutti. L’insicurezza politica ed economica dopo la fine, negli anni Novanta, del regime comunista di  Hoxha, l’anarchia che ne è conseguita fino alla guerra civile del 1997, hanno portato ad una vera e propria corsa agli armamenti dei civili, che ora si traduce nel possesso, diffusissimo e più o meno dichiarato, di armi. Anziani come adolescenti, si stringono addosso, stretti nei loro vestiti, coltelli serramanico dalle pericolose lunghezze. Vogliono possedere un modo di difendersi. Perché per la legge del contraccolpo, dopo cinquant’anni  in cui non si è avuto niente, ora si vuole afferrare tutto.  Quest’ansia dello stringere si vede dappertutto nelle strade, costellate di autolavaggi. Si lava la macchina in continuazione, forse perché lavare è un po’ come continuare a dire di un possesso. Ci si prende cura, in fondo, solo di ciò che si possiede. E così tutta la cosa pubblica, quello che, insomma, è di tutti, qui in realtà non riesce ad essere di nessuno. Lo si vede chiaro nella immondizia senza dignità che è lasciata nel giardino della scuola elementare statale di Shiengjin, dove i bambini giocano a pallone tra i vetri e i sacchetti pieni dell’orina degli operai. O tra le montagne di rifiuti stranieri importati grazie all’intercessione delle ecomafie locali.

Ma per fortuna, quando tutto è sporco, il pulito ha modo di essere ancora più visibile. Come il candore del sorriso di Altin Prenga, che ha aperto il primo Covivium di Slow Food in Albania, con Mrizi i Zanave, il suo agriturismo a km zero, a Lezhe, vicino a Scutari, dove mette ogni giorno in tavola solo i piatti tipici albanesi, attingendo per il 75% alle risorse interne del territorio.

Altin ha uno sguardo giusto per la sua Albania. La guarda, insomma, per quella che è: una donna violata,  che deve essere amata per ricominciare ad amarsi.

“Quando tutto è sporco, il pulito ha modo di essere ancora più visibile”