Va’ da se che la vocazione del Castello, somma di architetture e funzioni stratificate, proprio sulla sommità di quel colle, a Museo della città sia più che esplicita, in un momento storico dove più che mai c’è bisogno di cucire la città agli abitanti, intesa come comunità viva e attiva, svegliare quelli che sonnecchiano nella rendita della fortuna che la
città ha da sempre, per partecipare alla ideazione di un nuovo futuro ed essere fattivi nella costruzione di un valore condiviso e diffuso, cercando di recuperare un ordine, un senso, una logica, un filo nella complessità che ci caratterizza. Negli ultimi cinquant’anni la complessità del territorio è aumentata esponenzialmente, i piani urbanistici sono diventati inadeguati e l’urbanistica si è piegata sempre più alla politica, definendo di fatto una profonda crisi degli strumenti, con una sempre più crescente richiesta di abitabilità e di inclusione, di attrattività e lavoro, di anti fragilità, là
dove la resilienza non basta più. Così le idee per rigenerare la città sono diventate linfa per disegnare non solo la città stessa, ma i suoi abitanti; abbiamo bisogno di definire il territorio nel suo carattere e di renderlo visibile, esplicitare tutti i legami, le relazioni che esso ha con le persone, con la storia, con l’economia, con l’impresa, con l’arte.

Abbiamo bisogno di un museo che non sia esposizione, itinerario, rigido e schematico, ma di un luogo “vivente” sempre in costruzione, flessibile, “adaptive”, laboratorio per gli abitanti e degli abitanti, che accolga tutti quelli che della città vogliono essere partecipi “costruttori”.

Lì da quel colle, la visione sulla città aiuta a tenere i fili dell’offerta economica culturale artistica e abitativa, a costruire la visione stessa della città, non come modello, ma come spirito in continua evoluzione, nodo di un sistema territoriale che va oltre i confini della città stessa. Un Museo che torni ad essere castello per i bambini, luogo di giochi dove imparare la storia e il futuro, il potere dell’immaginazione, roccaforte per l’amministrazione della città, teatro per l’impresa e l’economia, luogo sacro per gli abitanti, un caleidoscopio, un faro, una “wunderkammer”, camera delle meraviglie per stupire solo con quel che Verona è.

Un museo che sia mappa di comunità, specchio di una visione collettiva, luogo dove coltivare la storia e produrre cultura avviando processi necessari di sviluppo sostenibile condiviso. E le mura del castello, un periurbano, uno spazio che si colloca tra la città e ciò che la circonda, siano medium tra la città e il museo, una “tecnologia” da frantumare con i contenuti e le funzioni dell’architettura, da rompere, per aprire il museo e farlo scorrere nelle strade, tra le case, gli uffici, i negozi, in un patto tra città e campagna che è da sempre carattere di Verona, medium e sistema che valorizzi quel forte rapporto che c’è tra territorio e impresa.

Una grande occasione è per Verona il Museo della città a Castel San Pietro, l’occasione di rendere visibile un concetto, mettere in atto quella definizione di Paesaggio di cui quest’anno corrono i vent’anni dalla Convenzione europea: “Paesaggio è una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva
dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni”.

Il Museo della città, non un progetto, ma il progetto della città che vogliamo, che non diventi fotocopia di altro già fatto e già visto, ma il cantiere della Verona che è stata, che è e che verrà, dove sia la popolazione, abitanti, impresa, governance, a dare, di nuovo, valore al paesaggio, al contesto, in un equilibrio che sia qualità della vita.