Editoriale di Matteo Scolari

Felicità raggiunta, si cammina per te sul fil di lama. Agli occhi sei barlume che vacilla, al piede, teso ghiaccio che s’incrina; e dunque non ti tocchi chi più t’ama. Eugenio Montale

Ho il compito di sostituire il Direttore, nel suo spazio di pensiero mensile. Lo faccio con tremore, proprio nel numero in cui abbiamo affrontato un tema vasto, quotidiano e, insieme, urgente. «Un accumulo di frustrazioni» così Vittorino Andreoli ha definito il nostro presente “malato”. Abbiamo intervistato lo psichiatra veronese perché volevamo andare, se non alla radice, almeno alla ricerca di quella felicità che ci manca sempre. Bisogna recuperare la gioia e dimenticarsi della felicità, secondo il professore.

Che sia allora solo una questione di nomi sbagliati? Forse, la invochiamo ma ci confondiamo nel chiamarla.  In sanscrito la gioia disinteressata per il successo di qualcun altro si dice mudita. Facile da leggere, direte, ma quando si tratta di applicarla diventa friabile e, a tratti, inverosimile.  È una delle quattro virtù del Buddhismo e il vero “tranello” è che non funziona se la si tenta come esercizio di bontà. Quel “sono contento per te!” bisogna, come dire, sentirlo davvero.

Alza la posta in gioco il Dalai Lama, suggerendo che impegnandoci a provare piacere per la gioia di sette miliardi di persone, anche statisticamente, abbiamo più possibilità di sentirci, a nostra volta, lieti. Tutto bellissimo, eppure questa benedetta felicità, più di quanto siamo disposti ad ammettere, si gioca sul confronto.  E stare senza antagonismi, nella sintassi di oggi, equivale, in pratica, ad alzare bandiera bianca.

La mudita, gioia o come volete chiamarla, è rivoluzionaria per un semplice motivo: affresca l’idea che la felicità non sia una risorsa esauribile, cosa che, invece, si può dire nell’ordine: del petrolio, del denaro e della fama. La serenità non serve strapparla con forza, per essere certi di avere la nostra fetta. Nessuno la ruba a nessuno. Oliver Burkeman, ospite qualche giorno fa al Festival di Internazionale a Ferrara, mette in luce un altro aspetto, forse, ancora più sovversivo.

Il giornalista inglese disegna «una via negativa» per raggiungere la meta di ogni nostro desiderio. «Vorresti essere felice? Inizia ad accettare il fallimento» si legge, increduli, nel suo La legge del contrario (2015). Ci vuole un bel coraggio ad «abbracciare la nostra vulnerabilità» come consigliava pure Brené Brown, nel lontano 2010, sul palco del TEDxHouston. Ma ci farebbe felici.