Editoriale di Matteo Scolari

Ciò che è precluso al singolo può essere realizzato da molti. Friedrich Wilhelm Raiffeisen

Parlando di disabilità e di persone disabili, solitamente commettiamo almeno tre grandi errori. Il primo è considerare queste persone come degli “invisibili”, ovvero (parafrasando la definizione della mia collega Marta Bicego che troveremo nelle pagine a seguire) «individui che spesso non riescono ad uscire dal cono d’ombra che li avvolgono» e per questo escluse, in parte o totalmente, dal vivere quotidiano della nostra società; il secondo, che essi rientrino solo nella categoria delle fasce deboli e non possano rappresentare, invece, una risorsa nuova, da cui attingere modalità di approccio o forme mentis originali da spendere nel mondo del lavoro o del volontariato; terzo, e forse il più grave, spendere parole ipocrite attorno al tema e limitare il nostro atteggiamento da normodotati a una forma molto subdola di pietismo.

Partiamo, anzitutto, dai numeri: nel 2020 saranno quasi 5 milioni le persone con disabilità varie in Italia (quasi l’8% del totale), senza contare di una popolazione che sta invecchiando molto rapidamente. Molti disabili, quindi, ma anche molti anziani: è necessario prendere atto di questo avanzamento nella pianificazione strutturale, urbanistica, occupazionale e sociale nei prossimi anni. Pochissime poi, sono i ragazzi disabili che, terminata la scuola, trovano spazio nel mondo del lavoro, gravando pesantemente sulle famiglie e sul sistema sanitario italiano.

Abbiamo mai avuto tempo di fermarci a pensare a quanti talenti, a quante risorse, a quanta volontà o voglia di riscatto possano avere molte di queste persone a cui, inizialmente, la vita ha dato loro uno svantaggio fisico o mentale?

Il tentativo, non semplice, che su questo numero di Pantheon stiamo facendo è far capire che da uno svantaggio si può generare una forza di volontà doppia rispetto a una situazione di normalità. Una forza per recuperare il gap, e un’altra per dimostrare che (citando questa volta Sofia Righetti) «la disabilità sta soprattutto nella nostra testa».

Forme, pensieri, parole. Iniziamo a considerare la disabilità come normalità, anche se nella pratica non è semplice. All’interno della redazione di Pantheon abbiamo attivato un percorso di stage con Luca, Alberto e tra pochi giorni con Francesca, Fabio, Andrea, tutti ragazzi con difficoltà varie che tuttavia, ci stanno insegnando a vedere e interpretare la vita da un punto di vista diverso, interessante, a cui non siamo abituati. Ci stanno arricchendo.

È questa forse la chiave di lettura che spalancherà le porte al cambiamento culturale quanto mai necessario e auspicabile. Con Luca, in particolare, persona non vedente,siamo stati ad Expo e abbiamo visitato il sito espositivo, scoprendo alcuni dettagli che mai avremmo potuto notare. Così come con Alberto, laureando in Giurisprudenza in sedia a rotelle, con il quale abbiamo testato il grado di accessibilità dell’Esposizione Universale.

Disabilità, tra l’altro, che sarà uno dei temi importanti della Carta di Verona, questo documento condiviso che come Associazione VeronaExpo abbiamo deciso di lasciare, in eredità, alla nostra città al termine di Expo. Oltre 45 soci che si sono messi insieme, molto diversi tra loro, dalle associazioni di categoria agli enti istituzionali, dalla associazioni culturali a quelle no profit, dai soggetti finanziari agli ordini professionali. Ci siamo chiesti se il nostro stare insieme avesse solo un valore di facciata, e la risposta, evidentemente, è stata no.

Ognuno dei soci ha delle esigenze, dei bisogni, ma anche delle risorse, delle proposte e delle idee. Cercheremo di raccoglierle, sintetizzarle, farle nostre per condividerle con tutti.

Ce la stiamo mettendo tutta.