Ok definitivo dell’Aula della Camera al taglio dei parlamentari. Il disegno di legge costituzionale che riduce i deputati a 400 dai 630 attuali ed i senatori a 200 dagli attuali 315, è stato definitivamente approvato ieri a Montecitorio con 553 voti a favore, 14 contrari e due astenuti. Trattandosi di un disegno di legge costituzionale, era richiesta la maggioranza assoluta dei componenti dell’Assemblea, pari a 316 voti.

L’Italia fino a ieri aveva già uno dei tassi di rappresentanza più basso in Europa, col “sì” al taglio dei parlamentari il nostro Paese è ultimo nel Continente alla Camera e penultimo al Senato: un deputato ogni 150 mila abitanti e meno di un senatore ogni 300 mila.

Il politico diventa uomo di Stato quando inizia a pensare alle prossime generazioni invece che alle prossime elezioni.

Sir Winston Churchill

Da Pantheon 103- settembre 2019

Siamo sicuri che quello che serva al nostro Paese, in questo momento, sia il taglio delle “poltrone”? Mi capita raramente di scrivere dei meandri intricati della politica italiana su questo spazio del giornale, di solito riservato a temi di carattere locale. Tuttavia l’aria pesante del mese di agosto appena concluso l’abbiamo respirata più o meno tutti. Anche coloro che hanno scarso interesse nei confronti delle vicende di Palazzo, in cui si gioca – ed è bene ricordarlo – il futuro di noi cittadini e della nostra Italia.

La proposta di legge del Movimento 5 Stelle relativa al taglio del numero di parlamentari, il cosiddetto “tagliapoltrone”, mainstream degli ultimi mesi, condiviso in lungo e in largo da diverse forze politiche (Dem e Lega in primis), è uno dei temi centrali dell’ultima crisi di governo che ha portato al ribaltone che tutti conosciamo. Secondo i promotori della riforma, che prevede un iter lungo e articolato – ora in sospeso per il cambio dell’Esecutivo -, il taglio farebbe scendere il numero di deputati da 630 a 400 e di senatori da 315 a 200, con un risparmio di 100 milioni di Euro l’anno, mezzo miliardo a Legislatura.

Nessuno di noi butta via soldi, per carità, ma pensando ai tagli ben più consistenti che hanno riguardato negli ultimi anni la scuola, la sanità pubblica, la sicurezza, la giustizia…la questione delle poltrone sembra il male minore di cui discutere.
Quello che ci dovrebbe far pensare non è quanti rappresentanti abbiamo a Montecitorio o a Palazzo Madama, ma quali rappresentanti abbiamo. Ci illudiamo di poter intervenire su questo punto, sulla rappresentatività istituzionale, ma se diamo uno sguardo all’attuale legge elettorale, ci accorgiamo che è solo un’illusione.

Il cosiddetto Rosatellum disincentiva la rappresentanza diretta: dai collegi uninominali, con le liste bloccate, scelte da logiche di partito e non di criterio meritevole per le attività svolte sul territorio, escono quasi il 65 per cento dei nostri parlamentari.
Certo, li sentiamo molto vicini grazie ai social, sono una presenza mediatica quotidiana, costante, famigliare, ma siamo a tutti gli effetti un pubblico passivo, che al limite clicca, condivide, scrive post su Facebook o su Twitter, orfano però della possibilità di tradurre istanze concrete e urgenti in politica.

Dovremmo chiederci piuttosto se chi è seduto su quelle sedie – che siano 200, 600, 1000 non importa – abbia realmente a cuore il destino di una nazione che sta arrancando, soffrendo incredibilmente sotto ogni punto di vista, che non ha un orizzonte sufficientemente lungo per sperare in una crescita economica, morale, civile.

Le ultime indicazioni fornite dall’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ci dicono che nel secondo trimestre del 2019 l’Italia è ferma al palo, a quota zero, per quanto riguarda l’incremento del Pil (Prodotto interno loro): siamo maglia nera in Europa.

Quanto possiamo e quanto vogliamo continuare ancora ad essere spettatori inermi di fronte a quello che di fatto è diventato uno spettacolo degno di una soap opera di basso rango?

La politica ci ha sempre abituati al teatrino, ma almeno una volta c’erano tracce di coerenza, ardore e dignità.