Ci risiamo. Tutto quello che per alcuni mesi avevamo accantonato, o voluto accantonare, è tornato. L’emergenza Coronavirus, dopo un’estate di apparente tranquillità, bussa di nuovo alla porta degli italiani dopo aver fatto il giro in Europa e nel mondo.

Inutile nasconderci, stiamo vivendo ore, giorni, settimane di grande apprensione per un quadro sanitario che, improvvisamente, ha fatto salire i principali indici di allerta. Siamo preoccupati anche per gli effetti che le restrizioni imposte dal Governo, come la chiusura anticipata di bar, ristoranti e pasticcerie, e quella temporanea di piscine, palestre, attività sportive, cinema, teatri, fiere ed eventi in genere potrebbero avere sul tessuto socio-economico di molte città, compresa Verona. Migliaia di persone sono scese in piazza, da Catania a Torino manifestando un disagio evidente e una mancanza di prospettiva futura che provoca, in alcuni casi, angoscia e disperazione.

La prima riflessione che viene da farsi è se lo scenario che si sta materializzando adesso non si poteva prevedere per tempo, attuando misure e interventi che avrebbero attutito il contraccolpo della seconda ondata; pensiamo ad esempio al mancato accordo tra trasporto pubblico e privato che avrebbe aumentato le corse degli studenti ed evitato così le calche sui mezzi nelle ore di punta, facendo lavorare, tra l’altro, i vettori privati fermi al palo ed evitando di penalizzare le scuole che hanno fatto enormi sforzi per adeguarsi alle regole dei protocolli sanitari. Pensiamo ai ritardi nella consegna dei vaccini influenzali che stanno provocando mortificazione tra gli addetti ai lavori, medici e farmacisti in primis. Pensiamo anche ai ritardi dei pagamenti della cassa integrazione in deroga con le aziende che hanno anticipato i salari a battenti chiusi, senza vedere ancora un congruo ristoro. Chi ha sbagliato? Chi poteva o doveva intervenire, perché non l’ha fatto? La sensazione che si ha è che ci fossero delle priorità solo in minima parte prese in considerazione.

Un guerriero responsabile non è quello che si prende sulle spalle il peso del mondo. è colui che ha imparato ad affrontare le sfide del momento.
Paulo coelho

Seconda riflessione: nessuno mette in dubbio la buona volontà e la buona fede del Governo in questa fase delicatissima, ma bisogna stare attenti a promettere senza poi mantenere; si sgretola così un rapporto fiduciario che sta alla base della democrazia stessa. Non è il momento di bluffare, di cavalcare palcoscenici mediatici per tenere buone le persone. Si creano aspettative altissime che se non vengono soddisfatte, con la stessa forza, si trasformano in frustrazione e rabbia. E lo abbiamo visto.

Terza riflessione: se ci fermiamo adesso, non ripartiamo più. L’appello che lancio dalle pagine del giornale, per quello che può contare o servire, è di grattare sul fondo del barile di quella che è l’innata capacità degli italiani di uscire dalle difficoltà. Ora più che mai è il momento di dimostrare quanto il nostro Paese sia in grado di reagire con nuove idee, con la rottura degli schemi tradizionali, con l’ingegno che storicamente ci contraddistingue. Siamo un popolo per lo più di imprenditori, lo dimostrano le oltre cinque milioni di partite iva, quasi un quarto degli occupati totali. Dobbiamo ripensare a un modello organizzativo, sociale, di comunità. Partendo dalle piccole realtà locali. Riappropriamoci dei nostri spazi con altruismo e solidarietà. Con severità nei confronti di chi trasgredisce. Non è retorica, se non iniziamo a pensarci ora non ci sarà via di uscita.

L’Italia si ricostruisce dal basso, ci dobbiamo assumere tutti la responsabilità di un reale cambiamento, partendo dal nostro quotidiano. Il resto – una nuova primavera – verrà di conseguenza.