Surreale è il primo aggettivo che mi balza alla mente pensando a questa faccenda del Coronavirus. Ci rifletto un po’ e mi accorgo, però, che l’attributo non è così appropriato. Ciò che sta accadendo nel nostro Paese nelle ultime settimane è tutto vero. L’allarme scattato in Italia dopo l’individuazione delle prime persone contagiate in Lombardia e poi in Veneto e, infine, l’elenco delle prime vittime (alle quali va un nostro pensiero) hanno messo in luce alcune grandi contraddizioni che albergano nella nostra società contemporanea. Equilibri fragili e sospesi, psicodrammi dell’io, isterie inutili, perdite ingiustificate di autocontrollo, psicosi diffusa, egocentrismo e paura globalizzante.

Il delirio di onnipotenza del mondo occidentalizzato messo in difficoltà, dall’oggi al domani, in pochi giorni, da un virus influenzale. Certezze individuali e di gruppo che improvvisamente si sgonfiano, un sistema economico che si interroga (e si dispera, a ragione), un futuro che spegne i fari e si infila in un vicolo cieco.

Siamo di fronte a un’emergenza di massa imprevista e improvvisa che sorprende, in negativo. Di massa, certo, perché si presenta come una situazione di crisi diffusa, di stress collettivo, che si verifica di solito quando la sopravvivenza del sistema sociale, o di una sua parte vitale, è minacciata. Anche solo apparentemente.

Come se non bastasse, ad alimentare tensione, c’è poi un’eccessiva circolazione di informazioni o notizie contraddittorie, non vagliate con precisione, per inesperienza o fretta, o perché effettivamente non possono essere verificate, che danno luogo a quella che viene definita da più parti – e dal 2003 quando apparve per la prima volta sulle pagine del Washington Post – un’infodemia (parola che nasce dalla fusione tra le parole informazione ed epidemia).

Cosa fare dunque? Soccombere? Alzare le barricate? No. Occorre ripensare, rinsaldare e rifondare se necessario il modello comunitario, basato su un profondo senso di responsabilità. Ognuno per ciò che gli compete. La politica in primis, nel cercare una visione chiara e circoscritta del fenomeno e nel dare una comunicazione il più possibile vicina alla verità sostanziale dei fatti; noi giornalisti nell’avere un’uniformità di messaggi verificati alla fonte, così da poter dare un quadro più preciso e reale della situazione; i medici e gli esperti nelle interviste che rilasciano, dove ogni singola parola ha un peso specifico, che questa fase è incalcolabile; tutti i cittadini chiamati a uno sforzo di comprensione, di intelligenza e di civiltà (anche sui social) notevole.

Quel senso di responsabilità che abbiamo sicuramente visto nella macchina organizzativa messa in piedi, in via precauzionale, in quasi tutto lo Stivale, anche a Verona, per mezzo di un coordinamento tra istituzioni nazionali e locali, sistema sanitario, volontari, che ha permesso che la quarantena (misura sicuramente efficace) desse i suoi frutti.

Il Coronavirus, come ci è stato ribadito dal professor Ercole Concia e dalla collega infettivologa Evelina Tacconelli, è un virus facilmente trasmissibile, ma poco virulento, che ha una percentuale di mortalità compresa tra il 2% e 3%. Il 97% degli infetti guarisce. In Cina, il 27 febbraio, la parabola dei contagi si è arrestata a quota 60 mila e ora sta calando. In Italia la normale influenza quest’anno arriverà a contagiare poco meno di sei milioni di persone (9%), con ottomila decessi stimati tra chi sviluppa complicanze gravi a causa proprio dei virus influenzali.