Editoriale di Matteo Scolari

Verona, con le sue vecchie mura che l’attorniano, i suoi ponti dai parapetti merlati, le sue lunghe e larghe vie, i suoi ricordi del medio evo, ha una grande aria che incute rispetto. Paul Valery

Ogni volta che passeggio in centro, per lavoro o per diletto, e mi trovo davanti alla maestosità e all’eleganza dell’anfiteatro romano in Piazza Bra, mi chiedo quali possano essere lo stupore e la reazione di una persona di un’altra regione, o di un turista straniero, nel trovarsi per la prima volta di fronte a un incredibile esempio di architettura romana così perfettamente conservato qual è l’Arena.

Ho 35 anni, sono nato e cresciuto a Verona. E forse è proprio per questo che mi pongo tale domanda. Mi rendo conto che troppo spesso noi veronesi diamo per scontate molte cose. Oltre all’Arena, appunto, come non soffermarsi con lo sguardo sul Castello Scaligero con il suo straordinario ponte sull’Adige, come non sognare antiche scene dall’alto degli scalini del Teatro Romano che si prolungano idealmente sull’antico Ponte Pietra, come non immaginare di attraversare l’Arco dei Gavi, magari posizionato nel suo luogo di origine lungo Corso Cavour, o come non ricostruire con la mente la Verona completamente fortificata al tempo di Cangrande della Scala e poi nel periodo asburgico.

E come non sperare di rivedere in tutto il suo splendore, dopo anni di chiusura, il Pantheon di Santa Maria in Stelle, gioiello a me così caro visto che proprio nel paesino della Valpantena ho vissuto fino a qualche tempo fa. E mi fermo con gli esempi di Verona, senza addentrarmi in provincia dove l’elenco potrebbe proseguire all’infinito.

La nostra città è un crocevia di storie, di passaggi, di vissuti che hanno lasciato traccia visibile e tangibile in epoca contemporanea; noi che qui ci abitiamo e ci viviamo, questo lo sottovalutiamo. È quello che non fanno nel resto del mondo, dove il patrimonio storico, culturale e architettonico veronese, dal valore inestimabile, ce lo riconoscono, ce lo apprezzano, in taluni casi ce lo copiano.

L’amore degli stranieri per la città di Romeo e Giulietta è comprovato anche dai numeri: proprio nel 2015 (in parte forse anche per effetto di Expo?) si è registrato il record di sempre di arrivi e di presenze in Veneto e nella nostra città. Una crescita, fisiologica, che ci deve sì rendere felici, ma non così tanto da farci sedere sugli allori. Verona, lo sappiamo tutti, potrebbe fare molto di più.

Dalla nascita delle DMO, o Agenzie del Turismo, ancora ferme al palo dopo la chiusura degli IAT, al coordinamento ormai necessario di decine di soggetti che operano già da tempo, o magari da poco, ma con formule innovative sul territorio, e che insieme potrebbero costituire una vera ricchezza per il settore turistico, dell’offerta e dell’incoming scaligero.

Il prossimo triennio, anche per una serie di concause esterne, tra le quali, purtroppo, le tensioni generate dal terrorismo internazionale, il nostro Paese diventerà meta prescelta per tantissimi turisti europei ed extraeuropei. A questo punto dobbiamo essere noi a decidere se vogliamo puntare sul turismo per creare nuove opportunità per l’Italia o se ancora una volta continueremo a vivere di minima rendita.

Il convegno organizzato lo scorso 20 maggio in Villa Arvedi da Verona Network, con la collaborazione di Pantheon, aveva proprio questo scopo: capire se a Verona ci accontentiamo ancora di essere passivi o  se vogliamo essere protagonisti di un serio cambio di marcia che porti alla creazione di reti di collaborazione e sinergie davvero lungimiranti.