Editoriale di Matteo Scolari

Sono gli uomini che hanno dissuaso Dio dall’esistere. Gesualdo Bufalino

Avrei voluto iniziare e riempire d’inchiostro questo spazio con ben altre parole, con ben altri argomenti. I tragici fatti di Parigi, però, così come hanno scosso voi e l’intera comunità internazionale, hanno lasciato una sensazione di immenso vuoto e sconsolazione anche in me.

Sfoglio le immagini dei volti delle vittime di quella sera, 129 fino ad ora: visi giovani, sorridenti, pieni di vita, pieni di sogni e di speranza. Li sento vicini, potrebbero essere miei coetanei. Provenivano da 26 Paesi diversi, e il loro destino si è incrociato fatalmente, e per l’ultima volta, nel cuore della Francia, in quella che dovrebbe essere, e lo è sempre stata, la più bella capitale d’Europa. Tra loro l’italiana Valeria Solesin, 28enne, dottoranda in demografia alla Sorbona che per alcuni giorni abbiamo sperato fosse viva, da qualche parte. Ma non è stato così.

Proseguo scorrendo quelle immagini. Incontro gli sguardi di Kheireddine Sahbi, giovane violinista algerino di grande talento iscritto anch’egli alla Sorbona; di Élodie Breuil, 23 anni, studentessa francese all’École de Condé di design e fotografia. Aveva marciato a gennaio con sua madre dopo il massacro di Charlie Hebdo in sostegno delle vittime. Di Luis Felipe Zschoche Valle, musicista 35enne del Cile, chitarrista e membro della band Captain Americano; di Cécile Misse, 32 anni, responsabile della produzione al teatro Jean Vilar Suresnes di Hauts-de-Seine; di Mathieu Hoche, 38 anni, tecnico al canale televisivo France24; di Mohamed Amine Benmbarek, architetto di 28 anni marocchino, ma residente a Parigi dove insegnava all’Ensa, la scuola nazionale superiore d’architettura; di Arianne Thrillier, talento del fumetto, disegnatrice della casa statunitense Urban Comics; di Raphael Hilz, 28 anni, tedesco, architetto e collaboratore di Renzo Piano; di Helene Muyal, 37 anni, make up artist e giovane madre di un bambino di un anno e mezzo; di Valentin Ribet, studente di Legge alla London School of Economics; di Alberto Gonzalez Garrido, 29enne ingegnere di Madrid; di Quentin Mourier, francese, 29enne, architetto all’Atelier Grand Paris; di Nohemi Gonzales, 20 anni, messicana, che a Parigi frequentava lo Strate College Design.

Potrei proseguire ancora a lungo con la lista, e lo farei anche solo per ricordarli uno a uno. Giovani ragazzi e ragazze, talenti, la cui vita è stata spezzata in un venerdì qualunque, a una cena al ristorante, per strada o a un concerto di musica rock.

Perché tutto questo? In nome di chi? Di Dio forse? Non scherziamo! Sono pienamente d’accordo con Papa Francesco, quando dice che compiere barbarie in nome di Dio, qualunque esso sia, è un atto gravissimo, è una bestemmia. Nessun Dio, nessuna religione, nessun testo sacro predica odio o violenza contro il genere umano. Nemmeno il Corano.

Quella che stiamo vivendo non è una guerra tra religioni, è una guerra dettata da scelte politiche sbagliate che affondano le radici nel passato e nel presente e di cui la comunità internazionale e le parti coinvolte, sono ben a conoscenza.

Ognuno di noi, in cuor suo, anche in quello degli attentatori che hanno dimenticato di averlo, sa che Dio è amore, è pace, è fraternità tra i popoli. Non tiriamo in ballo il Creatore. Non inquiniamo la sacralità di Cristo, di Allah, di Yahweh. Non abbassiamoci a un livello così becero della vita.

Preghiamo, insieme, per quei ragazzi di Parigi, per i loro genitori distrutti dal dolore. Preghiamo per le migliaia e i milioni di vittime che ogni anno muoiono in tutto il mondo per una responsabilità diretta delle scelte politiche dei governi internazionali.

Non nominiamo il nome di Dio invano. Tantomeno per giustificare guerre o per nascondere i nostri peccati.