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Damiano Tommasi ce l’ha fatta. Con una campagna elettorale sui generis, poco patinata, vissuta per lo più camminando con il suo fedele seguito di persone (e di tanti giovani) nelle strade dei quartieri della città, ha scardinato un modo di approcciare e di affrontare il periodo preelettorale – quello iper mediatico, urlato, giocato sul piano delle paure e delle tensioni e sulla demolizione dell’avversario – che sembrava non avere serie e valide alternative.

Il “modello Tommasi”, opposto a quello appena descritto, alla vigilia aveva creato dubbi, perplessità, illazioni: «non è percepito, non appare, è sotto tono, non si fa sentire abbastanza». Ecco, questi pensieri hanno tenuto fino alla notte del 12 giugno e sono stati spazzati via definitivamente da una grande onda gialla due settimane dopo, il giorno 26, col ballottaggio. L’alternativa nel modo di porsi e di fare comunicazione politica, fondata sull’ascolto (silenzioso), allora c’è, esiste, ed è molto più potente di quello che potrebbe sembrare. E questa è una delle prime lezioni che ci ha dato, e ricordato, il nuovo sindaco di Verona.

Potrebbe però sorgere il dubbio: «Si tratta di una fine strategia, di una costruzione dal basso di un modo di porsi che nasconde chissà quali fini?». Non credo.

Ho conosciuto Damiano per la prima volta nel 2006, ai tempi giocavo nella squadra del Sant’Anna d’Alfaedo con il fratello più giovane Samuele. Damiano si era appena ripreso da un terribile infortunio al ginocchio con la Roma che gli aveva messo in serio dubbio il proseguo della carriera, e proprio in quell’anno era passato al Levante, squadra di Valencia che militava nella Liga (Serie A spagnola).

Nelle pause invernali e quando gli capitava di rientrare in Italia per le festività veniva ad allenarsi con la squadra del paese, con la sua gente, con i suoi amici e fratelli. Aveva piacere di stare con loro. Io, da giovanissimo giornalista di Pianeta-Calcio.it, vedevo in lui il super professionista, colui che riuscì a vincere lo scudetto nella capitale (2001), colui che quattro anni prima (2002) era stato protagonista ai Mondiali in Corea del Sud. Tentavo ogni volta di avvicinarlo per “strappargli” un’intervista. Quando si accorgeva che il mio obiettivo era quello, si svincolava e mi lasciava a secco. Per anni non ho mai capito quel suo modo di fare: non sapevo se gli stavo antipatico, se aveva ordini superiori di non rilasciare interviste o semplicemente perché non gli andava. Dopo un po’, quindi, avevo smesso di provarci.

La notte del trionfo elettorale, nella sede di Rete! in via Faccio, c’erano tutte le tv nazionali schierate, a fari accesi, in attesa del suo arrivo: TG1, TG2, Sky, La7, Mediaset, per non parlare delle emittenti locali. Davanti i giornalisti e dietro la folla di supporter. Ebbene, Tommasi è arrivato e ha aggirato i giornalisti, i loro microfoni, e si è buttato letteralmente tra la sua gente per ricevere abbracci, applausi, urla di gioia e fiumi di spumante in testa. Solo dopo si è concesso alla stampa.

Con quell’immagine ho chiuso un cerchio. Tommasi è così, guarda al sodo, alla sostanza, poco all’apparenza. Nel 2006, al posto mio, ci sarebbe potuto essere qualsiasi altro collega molto più blasonato, e forse Damiano lo avrebbe evitato comunque. Sedici anni fa, come lo scorso 26 giugno, l’unica cosa a cui era veramente interessato era stare insieme alle persone, con spirito autentico.

Ora lo aspetta un compito difficile, di grande responsabilità. Guidare la città nei prossimi cinque anni e sarà molto difficile, per vari motivi: per il contesto internazionale, nazionale e locale. Ora si dovrà necessariamente confrontare con i giornalisti, mi auguro solo che non perda di vista la gente, la sua nuova gente: i veronesi.

Sapeva ascoltare, e sapeva leggere. Non i libri, quelli son buoni tutti, sapeva leggere la gente. I segni che la gente si porta addosso.

Alessandro Barricco

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