Pietro Battistoni è un uomo, un padre, che ha perso la figlia primogenita di sei anni a causa di un male incurabile. Era il 1992. Qualche tempo prima, tra il 1988 e il 1989, quando seppe del tumore che si stava accanendo sulla sua bimba, decise affrontare uno dei periodi più bui della sua vita facendosi forza, condividendo la sofferenza, ma anche la speranza, con altri genitori colpiti dallo stesso difficile (per certi versi incomprensibile) destino. Nacque da quel gruppetto di padri e di madri coraggiosi il primo nucleo di ABEO, associazione che dal 1993 si dedica in toto ai bambini emopatici oncologici, affetti cioè da tumori solidi e leucemie.

Il 17 settembre scorso, giorno del taglio del nastro di Villa Fantelli, è stata una data importante per tutta la città di Verona, e non solo. E lo è stata anche per Pietro, che a trent’anni esatti da quel maledetto 1989 ha visto rinascere, grazie all’impegno e alla generosità di migliaia di persone, un’oasi aperta e allo stesso tempo protetta, in cui le parole rassegnazione, sconforto, dolore fanno fatica ad entrare.

Casa ABEO, parafrasando le parole di Battistoni, è un luogo di evasione dai pensieri negativi che in modo inevitabile si avvicinano ai ragazzi e alle ragazze affetti da tumore e alle loro famiglie. Un contesto in cui il sostegno psicologico e morale è rafforzato dalla presenza di professionisti e di tanti volontari disposti a fare qualsiasi cosa pur di donare un sorriso a chi il sorriso lo ha dimenticato.

Durante l’intervista telefonica che ho avuto con il presidente di ABEO, durata una mezz’oretta circa, il Pietro uomo e padre, ancora coinvolto con la mente e con il cuore in ciò che è successo un paio di settimane fa, si è commosso. Più di una volta.

Il giorno dopo mi ha richiamato, a sorpresa, scusandosi con me per “aver ceduto” alle emozioni durante la nostra chiacchierata: «Sono una persona sensibile, ho 66 anni, sento che lei invece ha una voce giovane. Sa, sono uno che si commuove anche davanti a un’alba o a un tramonto, figuriamoci quando penso ai ragazzi di ABEO o a mia figlia».

Gli ho detto di non preoccuparsi, che non si deve scusare, che lo capisco e che la commozione è stata reciproca in quei trenta minuti. Allo stesso tempo, però, ho pensato anche al fatto che se una persona che ha tutto il diritto di commuoversi mi richiama perché si sente in qualche modo in difetto, vuol dire che la riflessione che dobbiamo fare tutti noi, figli di una società per lo più cinica, arida, individualista, è davvero profonda.

Stiamo perdendo di vista il significato vero della vita, delle relazioni umane? Delle cose importanti, che contano davvero? Siamo noi in difetto caro Pietro. Noi che non siamo più in grado di aprirci ai sentimenti autentici, quasi fossero una debolezza, un punto a nostro sfavore. Continua ad emozionarti davanti a un’alba o a un tramonto, o per un sorriso di uno dei tuoi “ragazzi”. Cercheremo di seguirti, imparando ad essere persone più vere.

Quando un’alba o un tramonto non ci danno più emozioni, significa che l’anima è malata
Roberto Gervaso