Ognuno di noi, almeno una volta e almeno fino a prima dell’arrivo della pandemia, ha messo in discussione, o comunque ha espresso dubbi o perplessità nei confronti dell’efficacia, e in alcuni casi anche dell’esistenza stessa, dell’Unione europea. «Autoritaria, autoreferenziale, non inserita nelle dinamiche che riguardano il benessere socio-economico delle persone, ma ben attenta, invece, alla stabilità del sistema finanziario, con una BCE che divide et impera».

Critiche che, come in ogni cosa, contengono probabilmente un fondo di verità, anche se la macchina europea, complessa e molto articolata, la conoscono bene davvero in pochi. Il fronte dei cosiddetti euroscettici c’è, e sempre ci sarà; il Regno Unito, con la Brexit, ne è stata fino a questo momento la massima espressione. Proviamo però a pensare, alla luce proprio di quello che è successo nell’ultimo anno e mezzo, con l’entrata prepotente del Covid-19 nelle nostre vite, a cosa potrebbero fare i singoli Stati, nell’ipotesi che fossero indipendenti, per risollevarsi da questa situazione drammatica, sia dal punto di vista sociale sia economico. Sarebbero in grado di allestire un piano di aiuti all’altezza, partendo da uno scenario che lascerà sul terreno parecchie macerie?

L’UE non è stata perfetta nemmeno nella gestione dei vaccini, lo sappiamo, ma sta cercando di rimediare. Ora quello a cui tutti guardiamo con grandissima attenzione – direi vitale attenzione – è il Piano per la ripresa dell’Europa, un pacchetto di finanziamenti a lungo termine senza precedenti nella storia continentale composto sia dal Quadro finanziario pluriennale 2021-2026, sia dal cosiddetto NextGenerationEU, lo strumento temporaneo da 750 miliardi (per lo più sotto forma di prestiti e sovvenzioni per sostenere le riforme e gli investimenti effettuati dagli Stati membri) pensato per stimolare la ripresa. Per ricostruire l’Europa dopo la pandemia verrà stanziato un totale di 1800 miliardi di euro: «l’obiettivo è un’Europa più ecologica, digitale e resiliente».

Quasi mille miliardi sosterranno la modernizzazione tramite la ricerca e l’innovazione, portate avanti con il programma Orizzonte Europa; le transizioni climatiche e digitali eque, attraverso il Fondo per una transizione giusta e il programma Europa digitale; la preparazione, la ripresa e la resilienza, attraverso il dispositivo per la ripresa e la resilienza, rescEU e un nuovo programma per la salute, EU4Health.

Il pacchetto finanzierà anche la modernizzazione di politiche tradizionali, come la politica di coesione e la politica agricola comune, per massimizzare il loro contributo alle priorità dell’Unione; la lotta ai cambiamenti climatici, a cui verrà riservato il 30% dei fondi europei, la più alta percentuale di sempre per il bilancio dell’UE; la protezione della biodiversità e la parità di genere.

All’Italia, di questi 750 miliardi del NextGenerationEU, ne sono destinati 210, integrati dai fondi stanziati proprio con la programmazione di bilancio 2021-2026. Tantissimi soldi da far fruttare nel migliore dei modi in termini di criteri di assegnazione e progettualità.

È il tempo delle occasioni: per Verona di radunare le menti pensanti, di mettere insieme le idee e le capacità per farsi trovare pronta come potenziale destinataria degli aiuti avanzando proposte di rilancio e sviluppo (e qui Verona Network sarà in prima fila a fianco di chi si sta già muovendo); per l’Italia di togliersi l’onta e i luoghi comuni agli occhi dei paesi esteri, che vedono il Bel Paese come il regno dello spreco, dell’inefficienza e del malaffare: per l’Europa di dimostrare che serve, è necessaria ed è più forte dei suoi detrattori.

«Qui si fa l’Italia o si muore» (Giuseppe Garibaldi)