«La guerra è considerata dei pazzi, non serve a niente, è inutile, non risolve i problemi. Le cose, poi, rimangono come sono». Diceva così, in un’intervista che raccogliemmo per Pantheon nel 2011, in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, il tenente alpino, reduce di Russia, e già sindaco di Grezzana dal 1955 al 1965, Desiderio Murari.

Già ultranovantenne, ai colleghi Giovanna Tondini e Matteo Bellamoli, Murari raccontò la sua storia di sofferenza e coraggio, sottintendendo a più riprese che gli eventi bellici sono strumenti che lasciano sul campo dolore e morte e che quasi mai risolvono le questioni per cui sono stati innescati.

Quelle parole, commosse e pronunciate con occhi lucidi, mi sono tornate in mente in queste settimane, proprio all’indomani dell’abbandono (si potrebbe parlare tranquillamente di fuga), degli americani e della Forze Nato dall’Afghanistan. Una guerra durissima, durata vent’anni, servita a cosa poi?

Se lo chiedono soprattutto i genitori dei militari caduti a seguito di questo conflitto; 53 le vittime italiane tra cui il nostro tenente (anch’egli alpino) Manuel Fiorito, residente a Verona assieme alla famiglia in quel 2006 che lo vide partire per una sua nuova missione dopo il Kosovo e che dopo pochi giorni dal suo arrivo nel paese afghano trovò la morte in un agguato a sud di Kabul.

Giovani partiti volontari con l’amor patrio e traditi, oggi come allora, da una politica non all’altezza, che ha calpestato in poco tempo ideali, valori, storie di vita, certamente non l’onore di chi ha affrontato in prima linea il pericolo.

Ideali, valori, storie di vita che troviamo anche in altri contesti, mi riferisco allo sport. Nei giorni in cui a livello internazionale stavamo assistendo ai fatti drammatici di cui parlavo pocanzi, andavano in scena in Giappone Olimpiadi e poi Paralimpiadi. Anche in questo scenario, seppur estremamente diverso, si può rintracciare un amore di patria che motiva, che ispira, che fa superare le barriere, mentali e fisiche, come nel caso dei Giochi paralimpici.

Tra le tante contraddizioni, le scelte sbagliate, le ipocrisie rintracciabili nel nostro Paese (e non solo) è proprio questo che si salva e che fa la differenza: la ricerca di un ideale, rincorso e vissuto con convinzione, sia come accade con un giovane militare che perde la vita facendo però la cosa in cui ha sempre creduto, sia con un’atleta capace di andare oltre i propri limiti cercando di agguantare il sogno di un successo a cinque cerchi.

Ci vedo un minimo comune denominatore in questo, ovvero una forza motivatrice, un coraggio che rende grandi, e che ognuno di noi dovrebbe avere o cercare.

“Sicuramente i più coraggiosi sono coloro che hanno la visione più chiara di ciò che li aspetta, così della gloria come del pericolo, e tuttavia l’affrontano.”

Tucidide

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