Editoriale di Matteo Scolari

Il dubbio o la fiducia che hai nel prossimo sono strettamente connessi con i dubbi e la fiducia che hai in te stesso. Kahlil Gibran

“The Waste Land”, una terra desolata. Impoverita nello spirito e nell’anima. L’immagine che esce dal 48° Rapporto del Censis, pubblicato in questi primi giorni di dicembre, e che riguarda il nostro Paese, ci riporta alla mente, ahinoi, una delle opere più famose del poeta e scrittore americano Thomas Stearns Eliot.

L’Italia, secondo l’analisi statistica, è una nazione letteralmente bloccata, impaurita, sfiduciata. Una società provata da sei anni di crisi, presunta o reale, che ormai si aspetta soltanto il peggio. Imprese ferme negli investimenti e famiglie che si affidano, per quanto possono, al risparmio, che cresce nonostante il trend negativo dei redditi. Un capitale umano, specie quello rappresentato dai giovani, che vorrebbe in qualche modo essere protagonista di una celere ripresa, ma che rimane al palo, quasi fosse paralizzato. Un patrimonio culturale che da solo potrebbe avere, per molti, il sapore della rivalsa e della speranza, ma che non produce valore perché è mal gestito o addirittura non è gestito per nulla. Un’Italia dalle ossa rotte, incupita dalla solitudine e dalla diffidenza degli italiani, il cui 79,6% è convinto addirittura che bisogna stare molto attenti prima di dare fiducia alle persone. Sì, abbiamo capito bene: quasi otto persone su dieci in Italia diffidano nel dar fiducia al prossimo.

Medioevo. Questo scenario non possiamo accettarlo. È questo il Paese in cui vogliamo ritrovarci a vivere nei prossimi anni? Una nazione, l’Italia, tra le prime al mondo per storia imprenditoriale, fascino, cultura, bellezze naturali, architettoniche e artistiche, che versa in uno stato di penosa depressione? Dov’è finita la nostra autostima? Dov’è finita la nostra capacità di trovare soluzioni per uscire dalle situazioni più critiche? Dov’è finito l’orgoglio di una nazione che ha consegnato al patrimonio mondiale nomi celebri in ogni settore e in ogni ambito? Dov’è finito il senso di responsabilità individuale che dovrebbe essere alla base di una società civile come la nostra? Dov’è finito il nostro entusiasmo? Abbiamo perso molti punti di riferimento negli ultimi anni, è vero. I modelli che arrivano dalla politica e dalle istituzioni non sono dei migliori, anzi. L’agenda setting proposta dai media spesso ci presenta uno spaccato di vita molto negativo che consideriamo come unico e totalizzante. Non è così. C’è tanto di buono e tanto che funziona, solo che non si sa, non si conosce.

Continuare a parlare male dell’Italia ci convince che tutto giri per il verso sbagliato, che d’un tratto non siamo più gli stessi, che le capacità e le risorse individuali o di gruppo siano venute improvvisamente meno. Che non siamo più in grado di allontanare la paura per far posto alla pianificazion, alla speranza, al sogno.

Abbiamo dei punti di forza che altri Paesi ci invidiano. Lo stesso Rapporto Censis citato all’inizio di questo editoriale ci dice che siamo la quinta destinazione turistica al mondo con 186,1 milioni di presenze turistiche straniere nel 2013 e 20,7 miliardi di euro spesi sul territorio nazionale, con un aumento del 6,8% rispetto al 2012. L’export del Made in Italy, un plus che tutti ci riconoscono, è aumentato del 30,1% in termini nominali tra il 2009 e il 2013. Oltre 200 milioni di persone parlano la nostra lingua nel mondo e sono affascinati dalla cultura italiana e dall’italianità in genere. L’anno prossimo, poi, saremo protagonisti con l’Esposizione Universale di Milano. Che occasione.

Altro che terra desolata. Ritroviamo il piacere di pensare al nostro Paese come una delle più grandi nazioni al mondo. Con le sue criticità, ma anche con le sue innumerevoli potenzialità. Lasciamo campo aperto all’ingegno, all’esuberanza dei giovani e delle loro start up, agli imprenditori e ai lavoratori ottimisti che continuano sorridenti nel loro lavoro, seppur tra mille imprecazioni. Ritroviamo il valore della coerenza, dell’onestà, della solidarietà e, soprattutto, torniamo ad aver fiducia nelle persone. È la vera base del cambiamento.