Editoriale di Matteo Scolari

“Se di tanto in tanto non hai degli insuccessi, è segno che non stai facendo nulla di davvero innovativo.” Woody Allen

Cosa c’è affascinante nel termine Startup? Cos’è che rende questo neologismo così attuale, così appetibile e così di moda soprattutto tra le fasce d’età dei più giovani, dei ragazzi? Perché è così diffuso, perché se ne sente tanto parlare? La prima risposta che mi sento di suggerire è che dietro a un utilizzo allargato della parola startup c’è, anzitutto, un sentimento genuino – la passione – accompagnato da una smisurata voglia, da parte di chi ne fa uso, di inseguire un sogno e di vedere realizzata una propria idea d’impresa.

Una definizione univoca di questo termine, di origine inglese, non esiste. È una parola che si presta a molte interpretazioni. Alcuni diffidano dalle startup, considerandole soltanto acerbe iniziative imprenditoriali, spesso improvvisate, che soccombono in fretta nel tentativo di sviluppare un prodotto e un servizio per i quali si crede possa esserci un’ampia richiesta di mercato. Tesi sostenuta dal fatto che molto spesso le imprese in fase di avvio devono fare i conti con entrate limitate, scarse risorse economiche e costi imprevisti elevati che ne minano la sostenibilità del progetto nel lungo periodo se non subentrano ulteriori sovvenzioni da parte di soggetti finanziari terzi, i cosiddetti venture capitalist.

Ma se l’idea è originale e, soprattutto, ha un elevato grado di utilità per il mercato, possono nascere storie di grande successo, talvolta imprevedibili. Non da ultima quella del 20enne Gianluigi Parrotto, un ragazzo salentino, inventore di una mini turbina eolica ad asse verticale che ha catturato l’attenzione di quattro investitori americani della società Air Group, quest’ultimi disposti a versare nelle casse del giovane ragazzo 5,5 milioni di dollari per far nascere dopo soltanto un anno dal debutto della startup italiana, la Air Group Italy Spa.

E che dire del veronese Andrea Vaccari che due anni fa, allora ventottenne, al South by Southwest (SXSW), uno degli eventi tech più importanti in Usa, attirò l’attenzione di Mark Zuckerberg con la sua app, Glancee, inventata da Vaccari per aiutare la gente a incontrare persone con interessi simili, ma non uguali? Questa applicazione piacque così tanto al fondatore del social network più famoso al mondo che Glancee fu subito acquistata da Facebook.

Di storie simili ce ne sono molte. Di così eclatanti forse meno. Ce ne sono tante altre che non hanno così fortuna, ma il messaggio positivo che deve uscire da ogni esperienza legata a un’idea d’impresa è che vale sempre la pena provarci, specie se si è giovani, se si ha voglia di credere che un sogno si possa realizzare.

Questo è un tema a me molto caro. Correva l’anno 2007, quando soltanto ventiseienne, con una laurea in Giornalismo in tasca e sogni da vendere nel cassetto, decisi di rivolgermi all’Associazione Innoval per presentare il mio progetto editoriale e fondare un giornale. Il motto che accompagnava quel periodo della mia vita, coniato da un aforisma di Walt Disney, era “Se puoi sognarlo, puoi farlo”. Nel 2008 nacque Pantheon, una startup ante litteram, quando ancora il termine inglese non esisteva. Se oggi il giornale ha raggiunto le 150mila copie annue con quasi 40mila lettori ogni numero, e con numerose iniziative promosse sul territorio tra cui l’ultima in ordine cronologico, denominata ATS VeronaExpo, è perché sette anni fa questa idea trovò qualcuno disposto a condividerla e a farla crescere assieme a me, a tutti i collaboratori, a voi.

Ringrazio con stima e affetto il caporedattore storico della testata, Matteo Bellamoli, per la grande amicizia e le capacità dimostrate in questi anni di lavoro passati assieme. Da oggi per lui si apre una nuova stimolante avventura professionale nel campo della comunicazione. Sapere che anche solo un giovane ce l’ha fatta grazie alla “startup” Pantheon mi rende particolarmente orgoglioso.