Editoriale di Matteo Scolari

È soltanto di pochi giorni fa una notizia scientifica diffusa dalla NASA che potrebbe segnare profondamente la storia recente, e quella futura, dell’umanità. Alla vigilia della conferenza stampa internazionale, organizzata ad hoc il 23 luglio scorso, e veicolata a livello globale dall’agenzia spaziale statunitense, i vertici della stessa NASA avevano definito la scoperta come un fatto «molto importante» per la scienza e per l’Uomo.

L’annuncio, che ha incuriosito e tenuto col fiato sospeso scienziati, studiosi, ma anche filosofi e letterati, è stato effettivamente rilevante: «Esisterebbe un altro pianeta, non troppo “lontano” dal nostro, con caratteristiche del tutto simili alla Terra. E non è escluso che su questo pianeta ci possa essere stata, o che ci sia attualmente, la vita».

Quindi, potrebbe arrivare a breve una risposta attendibile a un quesito che il genere umano si pone dall’alba dei tempi: siamo soli nell’Universo o esistono altre forme di vita nello spazio?

Il pianeta in questione si chiama Kepler 452b, è più vecchio del nostro, ha circa 6 miliari di anni ed è grande una volta e mezza la Terra. È stato localizzato dal telescopio Keplero nella zona che gli esperti chiamano “Goldilocks”, ovvero un’area abitabile (in cui esisterebbero le condizioni per generare la vita) di un sistema stellare che dista 1400 anni luce da noi. Su Kepler 452b un anno dura 385 giorni, con un’analoga alternanza tra giorno e la notte a quella che riscontriamo qui da noi.

Oltre ad aver aperto le porte a nuovi scenari per quanto riguarda la ricerca scientifica e spaziale, tanto da «darci l’opportunità di osservare come il nostro pianeta potrebbe evolversi nei millenni» come ha commentato da Jon Jenkins, capo analista del telescopio Kepler, la scoperta di un pianeta “gemello” lascia spazio a parecchie interpretazioni di carattere filosofico.

Ma perché siamo tanto attirati dall’idea di una Terra numero due? Un luogo che probabilmente mai potrà essere raggiunto o esplorato da vicino? Le risposte potrebbero essere a centinaia, ma una di queste penso riguardi il senso di colpa. Credo che molti di noi, nel profondo, abbiamo ben chiaro di come l’uomo (noi compresi) abbia bistrattato, specie negli ultimi secoli, il nostro eden e di come stia quasi sadicamente continuando a farlo.

Avere o immaginare una seconda Terra, inconsciamente implica di avere una seconda chance? Una seconda opportunità per non sbagliare nuovamente? Per riscrivere le regole che hanno portato ad alcune criticità quasi irreversibili come l’aumento delle temperature, l’inquinamento dovuto ai gas serra, l’inquinamento dei mari, dei terreni, dell’aria?

Beh, forse sì. Ecco perché la nostra attenzione, il nostro sguardo devono sì guardare in alto, ma puntare comunque dritto o verso il basso, osservando attentamente quello che ci sta attorno e cercando di rimediare questi processi degenerativi prima che sia troppo tardi.

Uno degli obbiettivi che ci dovremmo porre, a livello morale, è di lasciare, con piccole azioni quotidiane, piccoli accorgimenti, il pianeta migliore di come l’abbiamo trovato.

Ecco che allora troveremo più felicità, più serenità e maggiore consapevolezza di avere già tra le mani, e sotto i piedi, una ricchezza che vale quanto l’Universo.