Editoriale di Matteo Scolari

Chi nel cammino della vita ha acceso anche soltanto una fiaccola nell’ora buia di qualcuno non è vissuto invano. Madre Teresa di Calcutta

Novembre 1989, il governo della Germania Est, messo sotto pressione dopo settimane di disordini interni e dopo ripetuti tentativi dei berlinesi della DDR di varcare il confine occidentale passando anche dall’Ungheria verso l’Austria, decide di allentare i presidi nella città di Berlino e permettere nuovamente la circolazione delle persone. La sera del 9 novembre 1989 migliaia di tedeschi di Berlino Est scavalcano il muro e dopo 28 anni viene cancellata, di fatto, la cortina di ferro.

Fu un evento epocale, i ragazzi della mia generazione e le persone più grandi di me hanno ancora negli occhi e nella mente quelle immagini di giubilo, di esultanza e di fratellanza tra le persone. Quella sera respirammo tutti un profondo senso di libertà. La fine della Guerra Fredda, la fine di una minaccia nucleare tra Stati Uniti e blocco sovietico che aveva tenuto col fiato sospeso per quasi un trentennio il mondo intero.

Quella sera, quei fatti e quella gente consegnarono alla storia un messaggio che pensavamo fosse “per sempre” in un Europa finalmente riunita, in un continente che stava spalancando le porte alla vera o presunta democrazia europeista, in un continente che si apprestava a portare a termine proprio in quei mesi la convenzione di Dublino e gli accordi di Shengen. Il messaggio: mai più barriere, mai più divisioni.

Sensazione effimera. La dissoluzione della ex Jugoslavia negli anni immediatamente successivi, le tensioni tra i Paesi ex sovietici poi, le repressioni degli anni 2000 da parte dei governi nordafricani e mediorientali che hanno portato alla nascita della cosiddetta primavera araba, fino ad arrivare alle più recenti contraddizioni interne agli stati dell’Europa continentale in termini di immigrazione e accoglienza hanno messo in crisi questo grande ideale partorito quella notte davanti alla porta di Brandeburgo.

La cortina di filo spinato ultimata in questi giorni in Ungheria ai confini con la Serbia, l’esercito bulgaro schierato alla frontiera con la Turchia, la reintroduzione dei controlli al confine da parte di Austria e Slovenia, seppure temporanei, denotano un clima di tensione palpabile e, soprattutto, un’incapacità o una volontà politica che punta più alla disgregazione che alla cooperazione tra stati.

L’ottanta per cento dei forti flussi migratori che stanno interessando la rotta balcanica, secondo le ultime fonti ufficiali della Caritas, è rappresentato da persone siriane in fuga da una guerra civile che dura almeno da quattro anni. Un altro dieci per cento da iracheni e afgani che scelgono di partire e lasciare tutto non certo per rincorrere sogni di gloria, ma evidentemente spinti dalla disperazione.

In questo quadro generale, non trovare un accordo politico a livello comunitario, internazionale, o un piano di gestione dell’emergenze degno di un continente civile come il nostro, non solo denota un senso di deresponsabilizzazione istituzionale preoccupante, ma rappresenta una delle più grandi barbarie che possano esistere.

Dov’è finito lo spirito solidale tanto decantato dal modello europeista e dalla nostra cultura cristiana?

Non rimaniamo indifferenti a tutto questo. Saremmo in qualche modo complici di chi, in questo momento, si sta voltando dall’altra parte.