Ne abbiamo avuto riprova di recente con l’ex Banco Popolare, nato sulle ceneri della storica Banca Popolare di Verona fondata nella nostra città nel 1867, e fusosi dopo diverse acquisizioni, nel 2017, con la Banca Popolare di Milano, in quello che oggi noi tutti conosciamo come Banco Bpm.

Anche se il cuore – per quello che può valere – è rimasto in Piazza Nogara, la testa pensante del terzo istituto di credito italiano si è trasferita, senza alcun dubbio, nella città meneghina. Con tutte le conseguenze del caso. Affari, dicevamo. Esiste anche il mercato ed esistono le imposizioni, come quelle dell’IVASS, l’Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni, che lo scorso 27 maggio ha imposto a un’altra storica società scaligera di matrice cooperativistica, Cattolica, fondata a Verona nel 1896, un aumento di capitale pari a 500 milioni di euro da effettuare entro il 30 settembre prossimo e non nell’arco temporale di cinque anni come previsto dalla delibera concessa dall’Assemblea al CDA dodici giorni prima, il 15 maggio. Un bel problema questo, motivo per cui, probabilmente, in fretta e furia, in una calda notte di fine giugno, è apparso il nome di Generali sul taccuino della società di Lungadige Cangrande 16, la cui presenza, sempre più incombente – e ormai ufficiale dopo l’approvazione della partnership nell’Assemblea straordinaria del 27 giugno -, spiana la strada alla storica trasformazione di Cattolica in società per azioni.

CI SONO DUE CATEGORIE DI ATTORI: L’ATTORE MEDIOCRE, CHE RECITA IL SUO TESTO, E IL GRANDE ATTORE CHE LO RESUSCITA.

(MARC ESCAYROL)

«Non ci sono alternative, chi sarebbe disposto tra i soci o tra gli attori del “Sistema Verona” a sottoscrivere un aumento di capitale di simile entità? E poi Generali è una garanzia, oltretutto italiana, avremmo potuto trovare un appoggio in un fondo estero o in una società straniera, e allora sì che sarebbe finita per Verona» sottolineano fonti interne alla società presieduta da Paolo Bedoni. Certo, Generali è una garanzia, a tal punto da permettersi un 25% della Cattolica a poco più di 300 milioni di euro. Ma come mai si è arrivati all’ultimo secondo a uno scenario simile? Non era possibile condividere con i circa 18 mila soci o con gli stakeholder territoriali strategie e progettualità trasparenti nell’interesse, prima, di Verona, territorio che da 124 anni crede ciecamente nella società di assicurazioni veronese?

Lo stesso dicasi di Agsm, fondata 122 anni fa per favorire lo sviluppo delle prime aziende del territorio e da qualche anno in balìa di un valzer che si è concluso al primo atto, il 30 giugno, con l’ok per la fusione con AIM Vicenza. Nell’attesa poi di vedere come si concluderà il secondo e ultimo atto, e se subentrerà la tanto discussa A2A di Milano o qualche altro operatore nazionale di peso, ci si lascia scappare sotto il naso a suon di sodalizi «inevitabili e necessari» degli asset non solo storici, ma permeanti nel tessuto socio economico di Verona e della sua provincia. E che dire ancora dell’aeroporto Catullo? Consegnato quattro anni fa a un imprenditore privato che, volenti o nolenti, fa il suo interesse, appunto, di imprenditore. Non ci si poteva pensare prima?

Dov’è il coraggio politico, istituzionale, imprenditoriale, di proporre una vision alla nostra città? Siamo davvero così secondari rispetto ad altre realtà e ad altri capoluoghi o abbiamo semplicemente smesso di crederlo o di volerlo? È forse più comodo agire così? Le conseguenze di queste rinunce, mascherate da grandi opportunità di sviluppo, avranno delle ricadute nei prossimi anni e allora sì che non ci sarà più spazio per i sentimentalismi, né per i riferimenti nostalgici. 

Verona deve decidere se essere protagonista, dettando regole, o gregaria, subendo le decisioni di altri. È la differenza tra chi vuole scrivere pezzi di storia, come spesso la nostra città ha fatto, e chi si accontenta di essere citato, magari nelle note bibliografiche.