Idolo della tifoseria gialloblu, tra i protagonisti indiscussi dello storico Scudetto del 1984/1985 e degli anni del Verona di Osvaldo Bagnoli. L’ex attaccante danese, che oggi compie sessant’anni, ricorda quelle splendide annate in un’intervista in cui traspare ancora intatto l’amore nei confronti dell’Hellas

Lo raggiungiamo telefonicamente una mattina di fine agosto. A sorpresa, in Danimarca. Ci risponde con un “Halo?”. Sente che siamo italiani, anche se ci presentiamo in inglese. Risponde con un “sì” e capiamo che ci ha riconosciuti.

È lei Preben?

Sì, sono io.

Ma, ha una voce così giovanile!

Ma io sono giovane!

Tra qualche giorno arriveranno i suoi primi sessant’anni. È felice?

No! Vorrei averne 35 o 40. Ma adesso è così eh!

prebenA Verona lei è un’istituzione, c’è chi ancora la vorrebbe “sindaco”. E pensare che era stata sua moglie a convincerla ad accettare la sfida gialloblu. Non è vero?

No, no, no. È stata una decisione di entrambi. Abbiamo parlato, volevamo andare via dal Belgio (proveniva dalla squadra belga dello Sporting Lokeren, ndr). Abbiamo scelto in comune.

È noto che a sua moglie piaccia il Lago di Garda.

Sì, quando siamo arrivati a Verona lei è andata a vedere le case in cui avremmo potuto vivere e quando ha visto il lago ha detto subito: “dai, sì, qui staremo bene”.

Lo storico Scudetto poi le partite in Coppa Campioni. Sa che anche i ragazzini più giovani sanno tutto di quelle annate meravigliose? Anche se sono passati tanti anni. Dietro a questo attaccamento c’è soltanto la vittoria straordinaria di un campionato, o c’è di più? Perché anche i giovani tifosi vi portano nel cuore: lei, mister Bagnoli, i suoi compagni?

squadra84-85Ovviamente lo Scudetto conta tantissimo, però penso che in questa squadra c’erano personaggi molto intelligenti che anche dopo il calcio hanno capito che con lo Scudetto, con l’amore che abbiamo ricevuto dalla città, avremmo dovuto restituire qualcosa indietro. Penso che quella squadra abbia fatto questo e lo stia facendo anche oggi.

 

Cavallo pazzo o cenerentolo: qual è il soprannome che le piace di più?

Bello! (ride, ndr).

Bello?

Sì, bello. (ride, ndr).

14 ottobre 1984: quella cavalcata sulla fascia contro la Juve e il gol senza scarpa: è storia del calcio, lo sa?

Sì, lo so. È stata anche una cosa particolare eh! E poi contro la Juventus è sempre bello.

Nel 1985 mancò il Pallone d’oro di un soffio, secondo dietro soltanto a Michel Platini. Dispiaciuto?

Sì, sì. Ovviamente! È meglio vincere, no? Tutto sommato sono molto contento di quello che ho fatto.

Preben-Elkjaer-danimarca

In quel momento pensava di meritarselo?

Quell’anno lì, sì.

Per noi l’ha vinto quel Pallone, sa?

Ho giocato la qualificazione per il Mondiale nel 1984/1985. E anche lì sono stato bravo. Anche in Nazionale, non solo a Verona. Ma sai, il premio è francese…allora è difficile (ride, ndr).

Lei ha dichiarato: “Quando hai modo di conoscere ed apprezzare chi soffre con te alla domenica e partecipa alle tue gioie e ai tuoi dolori pur non essendo in campo, ti ci affezioni. Almeno io sono fatto così. E per questo motivo, per rispetto nei confronti di chi mi ha amato e osannato fino ad invocarmi come sindaco di Verona, non ho accettato di vestire altre maglie di società italiane. Il loro rispetto meritava il mio rispetto…”. Secondo lei esistono ancora calciatori con questa coerenza e questa sensibilità?

Non penso, pochissimi. Ma erano altri tempi. Forse c’è qualcuno, ma, oggi come oggi, i colori, l’affetto di una città non contano molto. Non come una volta.

Forse Francesco Totti è stato uno degli ultimi?

Sì, sì, uno degli ultimi. Giusto!

Il calcio moderno le piace? Lei che fa anche il commentatore televisivo?

Oggi le grandi squadre comprano tutto. Ci sono 10 o 12 squadre che sono molto più forti delle altre. Questo è il calcio moderno: soldi, marketing. Il calcio non è più vicino alla gente, è più lontano, è più “stellare”…aerei privati, lusso.

Il maxi trasferimento Neymar per 220 milioni di euro al PSG? Conseguenza di quello che mi sta dicendo?

È così. È marketing, è soldi, è politica, molto più di una volta. Ma il calcio è sempre bello. Non si può rovinare il calcio, il calcio è troppo forte come sport.

 C’è spazio per i fantasisti in un calcio sempre più “fisico”?

I più grandi giocatori sono ancora individualisti: Neymar, Messi, Ronaldo. C’è ancora spazio. Devi essere bravo, ma c’è ancora spazio.

Chi le piace, chi le dà emozioni?

A me interessano quelli più bravi e poi ci sono delle squadre che mi interessano. Il Verona lo guardo ogni settimana se ne ho la possibilità. Poi ci sono squadre che ti danno sensazioni particolari: il Real Madrid perché bello da vedere, il Barcellona perché è bello da vedere…la Juventus non è bella da vedere, però devo vedere la Juventus eh! (ride, ndr).

Il Verona è tornato in Serie A. Ha seguito il caso Cassano?

Sì, sì, però non ho capito bene cos’è successo. Ho visto che è arrivato e dopo un paio di giorni non c’era più Ma la storia non la so. Ma per me va bene per il Verona. Io ho sempre detto che un giocatore come lui non serve all’Hellas. Per me non serve un giocatore che non ha giocato negli ultimi anni. Meglio avere giovani che hanno fame, che hanno voglia di farsi vedere. Specialmente per una squadra che è appena arrivata in Serie A, che è lì per salvarsi. Ci vogliono cuore e gambe.

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Ci vogliono cuore e gambe anche per trovare un equilibrio per questa squadra che negli ultimi anni non ha trovato continuità in Serie A, come invece è successo al Chievo. Come mai il Verona non ci riesce?

È difficile dare una risposta. Se avessi la soluzione chiamerei subito il presidente dell’Hellas, però non so come si fa. Dipende anche dai soldi. Sai, quando arrivi dalla Serie C, non è mica facile. Ci vuole anni per essere competitivi. Allora è per questo che è importante che non vadano giù quest’anno.

Tornando al passato: aveva qualche giocatore di riferimento, al quale si ispirava?

Johan Cruijff. Aveva sette o otto anni più di me. È stato un grandissimo.

Tra i grandi, assieme a Maradona, Pelè, Ronaldo…

Ronaldo?

Luís Nazário de Lima…

Ah, sì, quel Ronaldo…

Cosa sarebbe diventato Preben  se non avesse fatto il calciatore?

È impossibile dirlo. Io non lo so perché ho iniziato a giocare quando avevo cinque o sei anni e non ho mai pensato ad altre cose. La mia vita è stata il calcio. Anche oggi, il mio lavoro è il calcio. Non ho mai pensato ad altro.

Ha ancora un sogno nel cassetto?

Sì, ce l’ho. Ci sono cose da vedere, gente da scoprire…mamma mia…tante cose. Io non sono ancora entrato in Vaticano. Sono stato 50 volte a Roma e a San Pietro, però ad entrare non sono riuscito. Questo è ancora un sogno.

Bisogna mandare un messaggio a Papa Francesco!

Sì, però, come si fa? Ce l’hai il numero? (ride, ndr).

 

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