"SIAMO NOI LA VERA INTERNAZIONALE"

Se esistesse un libro "Cuore" delle squadre di calcio l’Edera di Verona sarebbe probabilmente il Franti della situazione. Lo studente bullo che mette in crisi l’equilibrio mentale del maestro e dei noiosi compagni molto perbene; ma anche l’unico di cui, alla fine, tutti i lettori ricordano il nome e le gesta. Quello per cui, sotto sotto, si fa il tifo.

L’Edera è un piccolo club di calcio nato a Veronetta, il quartiere più multietnico di Verona. Ha una formazione di pulcini e la squadra di punta iscritta al campionato di terza categoria. E se a Veronetta abitano migranti di molte provenienze, nell’Edera se possibile le nazionalità sono anche di più. L’allenatore si chiama Romano Steffinlongo ed è uno un po’ migrante pure lui perché veronese d’adozione, ma metà romano e metà triestino d’origine.

«Ecco da dove arrivano i miei ragazzi, dice appoggiando sul tavolo dell’ufficio un foglietto giallo sul quale ha steso un elenco di Paesi: Albania, Serbia, Turchia, Moldavia, Romania, Marocco, Tunisia, Santo Domingo, Perù, Paraguay, Filippine, Cina, Afghanistan, Kazakistan, Sri Lanka, Australia, Costa D’Avorio, Ghana, Nigeria, Israele, Macedonia, Egitto.»

Ventitré con l’Italia, un record da far impallidire l’altra Internazionale, quella di Mourinho. L’internazionalità però è anche la croce dell’Edera e per capire perché bisogna fare un passo indietro.

«La nostra società – racconta Luigi Sartori, presidente da 13 anni – nasce nel 1959 dalla fusione di due piccole squadre di quartiere. All’inizio non avevamo nemmeno un campo di calcio per gli allenamenti, Poi alcuni abitanti del quartiere hanno deciso di bonificare questa che chiamiamo la busa (la buca in dialetto veneto) e che era in origine un acquitrino. Ora qui c’è il campo, gli spogliatoi e tutto quel che serve. Non robe da ricchi, anzi, se devo dirlo è tutto un po’ povero, comprese le tute che non sono firmate. Ma restiamo l’unica squadra che non fa pagare l’iscrizione e visto il numero di ragazzi stranieri che abbiamo, alcuni con situazioni familiari un po’ difficili, va bene così».

Col boom dell’immigrazione, l’Edera è diventata famosa in città non solo per la sua interetnicità, ma anche e soprattutto perché per anni è stata la squadra più litigiosa dei campionato provinciali, Franti appunto. «E io sono senz’altro il presidente più squalificato della storia», ammette sorridendo Sartori. Ne il ruolino della società ci sono infatti decine le partite perse a tavolino, continui richiami dalla Federazione, espulsioni a catena, proteste delle squadre avversare a fine partita, risse.

Come mai? «Già non è facile gestire gruppi di ragazzini pieni di ormoni ed energia – dice Sartori – ; se poi parlano tutti lingue diverse, tendono a unirsi in gruppetti in base alla loro provenienza e se vengono provocati in campo proprio per motivi legati alla loro provenienza, è davvero dura. E’ per questo che siamo stati costretti a metterci in gioco come adulti in prima persona e abbiamo deciso di fare qualcosa».

A partire da due idee semplicissime, La prima: in campo, durante gli allenamenti e persino mentre si mangia a fine partita si deve parlare italiano. Risultato: tre quarti degli equivoci da cui nascevano i conflitti, grazie a una lingua-arbitro, sono venuti meno. La seconda: cercare di inserire qualche ragazzo italiano nella squadra per evitare di trasformarla in un ghetto.

I risultati sono arrivati in fretta. Dall’anno scorso l’Edera sta giocando bene e in questo campionato non c’è stata nemmeno una squalifica. Così, pian piano, sta diventando tutto più facile anche per Cristian, romeno di 17 anni che fa il portiere e studia all’istituto professionale per l’industria; per i quattro fratello turchi arrivati da poco in Italia; per Davide "minuscolo macedone" classe 1999 che è qui solo con la mamma e due domeniche fa ha segnato il suo primo gol; e anche per i ragazzi africani che vivono al "Don Calabria" perché a Verona non hanno genitori e bisogna riaccompagnarli in istituto finiti gli allenamenti.

«Abbiamo ancora pochi tifosi – dice Romano, l’allenatore – perché manca il campanilismo e ci sono ancora genitori italiani che non vogliono mandare i loro figli a giocare nell’Edera. Ma non ci scoraggiamo». Del resto, non è da questi particolari che si giudica un giocatore. E neppure una squadra.

Giorgia Guarienti, La Repubblica, 21 dicembre 2008

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