Iniziare a recitare a 14 anni e, così, capire che quella sarebbe stata la strada da percorrere, non è un fatto così scontato per la generazione dei Millenial, definiti dalla rivista Time come «narcisisti, svogliati, che preferiscono vivere con i propri genitori». Jacopo Squizzato è un esempio che sembra contraddire questa definizione: attore nato a Verona, dopo il diploma entra alla Scuola del Teatro Stabile di Torino e, l’anno successivo, inizia a lavorare nell’ufficio di direzione di scena alla Fondazione Arena di Verona.

Ora Jacopo ha 28 anni e sta cercando di mettere in scena uno spettacolo su Nikola Tesla al quale viene attribuita, in competizione con Guglielmo Marconi, la paternità della radio. Lo spettacolo è arrivato in finale al Bando Registi Under 30  indetto dalla Biennale di Venezia e parteciperà il prossimo giugno al Festival delle Colline Torinesi.

Jacopo, come è arrivato a fare la scelta di diventare un attore? Ha avuto dei “maestri”?

Il primo più grande maestro che ho incontrato sono stati i miei compagni di classe alla scuola di teatro. Attraverso la loro generosità, i nostri errori e i nostri traguardi, ho imparato e provato sulla pelle cosa vuol dire combattere per ciò in cui credi, quale prezzo c’è da pagare per inverare le proprie visioni. Il secondo maestro a cui devo di più è Valter Malosti, regista, attore e allora direttore della scuola a Torino. Fu lui ad affidarmi le prime importanti parti come attore. Il terzo fu tutto lo staff tecnico e artistico della Fondazione Arena che in dieci anni mi ha insegnato come si sta in teatro e come curare uno spettacolo nei suoi minimi particolari. Poi c’è il più duro dei maestri: lo spettatore, l’ultimo orizzonte del teatro.

Perché ha scelto di fare sia l’attore che il regista?

Per studiare e ricercare nuovi linguaggi. Dirigere un attore significa anche dirigere te stesso, è un binomio di messa in discussione continua che mi ha sempre tentato. Volevo scrivere in scena impugnando la responsabilità di un intero allestimento.

ph Francesco Palla

 Perché presta particolare attenzione alla scienza nel teatro e nell’arte?

Il teatro è indubbiamente la più carnale di tutte le arti, si fa con i corpi prima di tutto. La scienza si occupa della materia tutta. Entrambe sono forme di conoscenza di pari dignità. Mi sono chiesto se esistono dei ponti di relazione tra il processo inventivo e di ricerca scientifico ed il processo creativo attoriale. Ho trovato interessanti coincidenze tra la vita degli scienziati con quella dei teatranti. Entrambi immaginano di dar vita a qualcosa che ancora non c’è; di scoprire qualcosa di celato. I primi una teoria o un’invenzione, i secondi uno spettacolo o un testo. Le condizioni di vita che entrambi devono affrontare per poter portare a termine questa pulsione di ricerca sono spesso identiche. Mi interessa parlare di cosa vuol dire vivere facendo scienza e facendo teatro.

Perché uno spettacolo su Nikola Tesla?

Sono inciampato nella figura di Nikola Tesla sul web quattro anni fa e da allora, assieme a Katia Mirabella, la mia compagna di scena e di vita, non ho mai smesso di lavorare alla creazione di uno spettacolo su di lui. Non si studia un personaggio per così tanto tempo se non c’è sotto una sorta di identificazione. La pièce è una riflessione sul potere del progresso tecno-scientifico e i suoi risvolti commerciali che, spesso, sono la causa della sua stessa rovina. Il mercato è infido: in cambio di un’occupazione, grandi giovani menti rinunciano a molto. Si può fare ricerca scientifica, fare teatro non grazie ad un posto di lavoro, ma semplicemente lavorando. Spesso ci si sente molto soli, le rinunce sono veramente tante. Nikola Tesla parla di chi non si arrenderà mai.

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