«Cangrande è morto di Glicogenosi di tipo II che prevede anche la possibilità di una morte quasi acuta dovuta ad un difetto improvviso e duraturo dell’attività dei muscoli respiratori, quindi un’insufficienza ventilatoria acuta che può portare alla morte in tempi più o meno brevi. È ancora una malattia rara perché sotto diagnosticata e in parte perché per fortuna rara. Si parla in Italia di uno su quarantamila nati».

La conferenza stampa di giovedì 20 maggio

I sintomi della malattia in età adulta sono scarsa resistenza alla fatica fisica con difficoltà respiratoria, debolezza muscolare e crampi, oltre a fratture ossee spontanee e cardiopatia. Sono gli stessi che potrebbe avere avuto anche Cangrande (tranne le fratture ossee che non sono state riscontrate nel corpo) e, in effetti, alcune opere storiche evidenziano improvvisi malesseri e, forse, anche la preferenza dell’arco alla spada poiché meno pesante. Prima della sua morte il medico, nel tentativo di contrastare questa debolezza, gli somministrò dosi eccessive di digitale: è per questo che si è sempre creduto ad un avvelenamento. In realtà, voleva ottenere l’effetto contrario.

Il progetto “Il genoma di Cangrande della Scala: il Dna come fonte storica” è nato dalla collaborazione tra l’Ateneo Scaligero e il Comune di Verona insieme ai Musei Civici. L’estrazione su frammenti di fegato e di falange è avvenuta con la partecipazione dell’Università di Firenze. Per il sindaco Federico Sboarina quella di oggi è una giornata storica perché si è ottenuto un risultato straordinario frutto di un lavoro di squadra importante, come ha sottolineato anche la direttrice dei Musei Civici, Francesca Rossi. Le nuove tecnologie hanno permesso di giungere a risposte certe, laddove le fonti storiche scarseggiano. Ma cosa significa tutto questo per Verona? Ce ne parla l’assessore alla cultura, Francesca Briani: «Il risultato di questa ricerca chiude il cerchio di iniziative che sono iniziate in realtà già nel 1921 per i seicento anni dalla morte di Dante Alighieri quando Antonio Avena decise di aprire per la prima volta l’arca di Cangrande. Lo studio che ha portato al sequenziamento del dna di Cangrande I della Scala è una delle iniziative di punta delle celebrazioni di quest’anno per i settecento anni dalla morte di Dante Alighieri. Cangrande accolse a Verona Dante nel momento più difficile della sua vita, quello dell’esilio, e lui si trattenne nella nostra città a lungo. Grazie a questa buona accoglienza Dante gli dedicò la terza cantina della Commedia, quella del paradiso».

Mummia di Cangrande, ricognizione del febbraio 2004 – Foto di Umberto Tomba
Mummia di Cangrande, ricognizione del febbraio 2004 – foto di Umberto Tomba
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