Giorgio Fasol

Intervistiamo Giorgio Fasol direttamente a casa sua, tra le opere d’arte forse più significative della collezione. Ci fa accomodare in sala e inizia a parlarci di arte, di Verona e della sua iniziativa con l’Università. Per lui la motivazione è semplice: «Mi interessa che le opere girino e che si coinvolgano i ragazzi». Sono circa 80 i pezzi prestati all’ateneo scaligero che li può esporre nelle varie sedi per cinque anni. A questa operazione si è aggiunta la creazione di un comitato scientifico di cui fanno parte anche Francesca Rossi, direttrice dei musei civici di Verona, Denis Isaia, critico d’arte, Valerio Terraroli, docente di critica d’arte, Tommaso Cinti e Pier Francesco Bettini. La prima mostra sarà a settembre negli spazi del complesso di Santa Marta. Un’opportunità per gli studenti, soprattutto di Beni Culturali, di poter far seguire alla teoria anche la pratica. Perché, per lui, l’arte contemporanea «è il campo più difficile che esista, più del cardiochirurgo». Non è importante solo conoscere ma anche avere fiuto perché «anche se si va sugli artisti noti, bisogna individuare quello giusto in quanto ci possono essere due zeri di differenza». E, si sa, pure il lato economico è importante nel momento della scelta. Va ad influire sull’acquisto che, se sbagliato, potrebbe rivelarsi fallimentare. Per Fasol il rischio è doppio in quanto investe soprattutto su artisti emergenti: «Io ho sempre avuto la passione. Con mia moglie prendevo il treno dell’una al sabato e tornavamo con quello delle 19 visitando sei o sette gallerie a Milano. Questo dalla fine degli anni Sessanta. Dove c’è ciò che mi interessa, vado».

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Non solo gallerie ma anche fiere
«Importanti per due motivi: per le relazioni che si instaurano e per le molte gallerie presenti. La mia fiera di riferimento è a Basilea, ma visito anche quella di Torino, Milano, Bologna e, naturalmente, Verona. Ma la ritengo indietro di secoli. Per uscire da questo letargo c’è bisogno che i veronesi vedano e se non vogliono farlo peggio per loro». Un giudizio senza maschera nato dalla convinzione che «in Italia abbiamo un grande patrimonio culturale ma costa tanto per mantenerlo. E proprio perché ne abbiamo tanto crediamo di sapere tutto, ma il piacere deve essere preceduto dalla conoscenza». Da amante dell’arte contemporanea, ma rispettoso dell’arte antica e moderna, crede che per comprenderla servano gli strumenti, solo così si può avvicinare il grande pubblico. Dopotutto, anche ciò che adesso è contemporaneo poi diventerà storia. Appese alle pareti o appoggiate a ripiani, ci sono le sue opere.

“Beato te” di Matteo Attruia

Le altre, sono custodite in un deposito. Alcune non sono nemmeno state scartate dal momento dell’acquisto. Sorprendente, però, il piccolo studio dove centinaia di libri rivestono le pareti. Sono le pubblicazioni in cui sono presenti le opere ora in suo possesso. In ogni spazio vi è una fotografia, un’installazione. Ci mostra lavori di Christian Zanon, Cristian Chironi, Hiroshi Sugimoto, Cabrita Reis, Uta Barth, Giovanni Morbin, Candida Hofer, Thomas Struth, e tanti altri. Poi, ci rivela un segreto: «Sapete come faccio a permettermi di acquistarne di nuove? Ne vendo alcune». Circa una ventina, però, sono nella collezione permanente al Mart di Rovereto. Nel 90 per cento dei casi, la data di creazione coincide con la data di acquisto. «Per me, è una scommessa contro il tempo».