È stata finalmente inaugurata a Verona l’attesa mostra dei Musei Civici su “Caroto e le arti tra Mantegna e Veronese” che, inizialmente, era prevista nel novembre 2020. Nel piano nobile del Palazzo della Gran Guardia si snoda il percorso espositivo sviluppato in nove sezioni, di cui tre occupate da installazioni multimediali progettate in collaborazione con Culturanuova e separate cromaticamente da un grigio intenso.

Particolarmente piacevole il colore dei pannelli principali dell’allestimento: un verde petrolio che si abbina molto bene alle cromie dei dipinti esaltando gli incarnati dei soggetti ritratti. Sono ben centoventi le opere presentate, provenienti dall’Italia e dall’estero. Tra i musei prestatori ci sono il Palazzo Ducale di Mantova, le Gallerie degli Uffizi di Firenze, il Castello Sforzesco di Milano, la Pinacoteca di Brera, il Louvre, il Kunsthistorisches Museum di Vienna e tanti altri. Fulcro dell’esposizione, come suggerisce il titolo (sebbene non sia scontato), è la figura di Giovan Francesco Caroto (1480-1555) che viene proposta al grande pubblico attraverso una visione della sua vita a trecentosessanta gradi. E con essa anche la vivacità culturale della Verona della prima metà del XVI secolo.

Caroto era allievo di Liberale da Verona (come lo fu Nicola Giolfino, scomparso lo stesso anno) e contemporaneo di Francesco Torbido, Francesco Morone, Paolo Morando detto Il Cavazzola e di Girolamo dai Libri. Viene presentato come la figura più eclettica e affascinante del panorama artistico veronese dell’epoca. E, in effetti, non mancano rimandi ai suoi interessi nei confronti dell’antichità romana e della natura, così come alla sua abilità da disegnatore. Riuscì a intrecciare importanti relazioni con gli esponenti delle élites cittadine veronesi e a muoversi tra Verona, Mantova, Milano e Casale Monferrato.

In mostra si possono ammirare notevoli opere del Mantegna come la splendida Pala Trivulzio affiancata all’enorme telere di Domenico Morone sulla cacciata dei Bonacolsi dalla città virgiliana. Ma anche accostarsi con notevole ammirazione davanti al Ritratto di gentildonna proveniente dal Louvre, giustamente e idealmente collocata accanto all’opera simbolo della mostra: il Ritratto di fanciullo ridente con disegno. Sono i punti più alti della capacità ritrattistica di un Caroto in grado di cogliere l’essenza della persona, senza idealizzarla. Ma, semplicemente, mostrandola per com’è. La creazione di una Wunderkammer con ologramma di Francesco Calzolari ci permette di avvicinarci alla figura di Caroto speziale che aveva una bottega in piazza Erbe, mentre le altre due sale multimediali di approfondire la genesi di un affresco e del disegno dei monumenti antichi.

Ciò che non è stato possibile portare in mostra si può vedere direttamente in varie chiese della città, come a San Giorgio, Sant’Anastasia, a San Fermo (dove è sepolto lo storico Torello Saraina per cui Caroto ha realizzato dei disegni). È sicuramente una mostra che va assaporata lentamente lasciandosi guidare senza fretta lungo la strada già tracciata per scoprire (o riscoprire) uno dei grandi personaggi della storia veronese. 

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