A Verona il nome di Carlo Scarpa è legato al restauro e all’allestimento del museo di Castelvecchio, ma l’architetto veneziano ha realizzato molti altri interventi, soprattutto nella sua città natale. Prima di arrivare in “terra scaligera” su richiesta del direttore dei musei di allora, Licisco Magagnato, Scarpa ha lavorato alle Gallerie dell’Accademia e al Museo Correr di Venezia, alla Galleria degli Uffizi e al Gabinetto dei Disegni e delle Stampe di Firenze, alla Gipsoteca Canoviana di Possagno e a Palazzo Abatellis di Palermo. A livello museale, però, la sua ultima e più importante opera è il museo di Castelvecchio a cui ha dedicato otto anni: dal 1957 al 1965. Qui l’architetto ha avviato un cantiere di restauro dell’edificio che mira a ripristinare l’identità originaria del luogo eliminando, di conseguenza, tutte le aggiunte postume. Nel secondo dopoguerra divenne prioritario recuperare il senso di appartenenza al proprio territorio. Fu così che nacquero i musei civici, deputati alla conservazione e alla valorizzazione della storia locale e della memoria cittadina.

In questo contesto le opere d’arte assunsero un nuovo valore. Dopo quasi vent’anni dai principi affermati nel 1934 nella Conferenza di Madrid, si impongono dei criteri-guida che prevedono l’allontanamento da ogni mimetismo, locali più piccoli, rigorosa selezione delle opere, percorsi cronologici, preferenza della luce naturale e presenza di sale per diverse attività. È da qui che Scarpa parte per i suoi allestimenti. Se, da un lato, abbiamo la progettualità essenziale, semplice, flessibile, di Franco Albini, dall’altra abbiamo quella più “statica” di Scarpa in grado di realizzare un museo nel museo. La genialità dell’architetto si trova nelle soluzioni innovative adottate per esaltare ogni singola opera. Non un oggetto ma un’opera d’arte che, seppur decontestualizzata, assume di nuovo un valore, che è intrinseco all’opera stessa in quanto documento del passato. Per ognuna è stato creato un supporto specifico con materiali studiati appositamente e una collocazione puntuale all’interno del percorso museale in cui la luce naturale diviene la fonte principale. La sensibilità dell’architetto per questo tema l’ha portato a concepire fenditure nelle pareti e finestre nel pavimento che gli consentissero di valorizzare al meglio l’opera.

In questo modo, ha creato un percorso rigido, ma allo stesso tempo ha introdotto il concetto di unicità. Il museo di Castelvecchio, come altri musei scarpiani, proprio per la sua caratteristica di non poter essere modificato dal punto di vista museografico e museologico, è rimasto tale e quale per cinquant’anni. Non c’è stata nessuna significativa variazione né nelle opere esposte (che sono sempre quelle, nonostante sia presente un ricco deposito), né tanto meno nell’allestimento. Di conseguenza manca un sistema di condizionamento controllato e la possibilità di avere un museo accessibile, soprattutto dal punto di vista fisico. Se pensiamo, poi, alle infinite ma fattibili possibilità che offrono le tecnologie digitali, scopriamo quante soluzioni si potrebbero adottare per migliorare la visita al museo. E con un impatto minimo sull’allestimento.

«Per ciascuna opera è stato creato un supporto specifico con materiali studiati appositamente e una collocazione puntuale all’interno del percorso museale in cui la luce naturale diviene la fonte principale»