Goldin, come mai Verona?

Perché le sale della Gran Guardia mi sono sembrate subito adatte per quel tipo di sculture e i quadri di grande formato. Verona è una città molto bella che ha avuto un suo lato culturale molto importante. Come Linea d’Ombra ci abbiamo lavorato molto bene riscuotendo un grande successo di pubblico. Poi la Gran Guardia è uno dei miei luoghi preferiti dal punto di vista espositivo quindi ci torno sempre molto volentieri.

Le sue mostre hanno avuto sempre un grande successo. Qual è il segreto?

La cosa fondamentale è riuscire a portare sempre opere di qualità. Questo è il primo aspetto, poi realizziamo progetti che piacciono alla gente e che hanno una loro dose di conoscibilità. Ci sono tante mostre che, al di là del titolo eclatante, non offrono nella realtà quadri importanti. Il nostro visitatore non è mai stato deluso e il passaparola è sempre stato positivo. Dal punto di vista comunicativo, non ci siamo mai fermati ai manifesti sui muri. Per noi la comunicazione è informazione, curiosità, approfondimento, sia andando nei teatri che utilizzando i social per diffondere contenuti, bellezza ed emozione.

Il primo appuntamento è stato il 6 maggio con gli insegnanti…

Le presentazioni rivolte agli insegnanti fatte molto tempo prima dell’apertura della mostra sono sempre state un nodo centrale. Nella mostra su Giacometti gli studenti hanno avuto la possibilità di disegnare davanti alle opere esposte. Sarà un’esposizione particolarmente adatta per il mondo della scuola sia per le sculture che per i quadri legati in qualche modo ad una rappresentazione “infantile”. Quando realizzo una mostra penso prima di tutto che deve piacere a me perché faccio un lavoro bello, ma anche molto complesso. La parte meno “divertente” è legata alla costruzione di relazioni, ai prestiti, ai problemi da risolvere, alle assicurazioni. Insomma, c’è tutto un mondo dietro ad una mostra che non si considera, ma che è fondamentale.

Alberto Giacometti, Busto di Diego, 1954

Poi ci sono le attività collaterali…

 Sicuramente una mostra non può essere messa lì e basta. Deve essere vissuta e rinnovata ogni giorno. Deve essere tutto molto dinamico e bisogna inventarsi progetti continuamente. Ma tutto questo va preparato molto prima. Noi stiamo già lavorando ad iniziative collaterali per mostre che faremo nel 2022. Alla fine degli anni Novanta decisi di occuparmi della comunicazione di una mostra sei mesi prima. Non l’aveva fatto nessuno. Tutti mi davano del pazzo, ma nel tempo ci siamo costruiti un database che ora conta su centinaia di migliaia di indirizzi unici. Alla fine si è rivelata una decisione vincente perché bisogna costruire un percorso per arrivare alla mostra, non posso fare pubblicità quando apre altrimenti il primo mese è perduto.

Qual è il suo auspicio più grande?

 La cultura fa parte della società, non l’ho mai dissociata. Spesso sono stato criticato dagli accademici per questa mia volontà di coinvolgere un pubblico ampio, ma la settorialità non mi piace. Penso che le cose belle nascano sempre da un rapporto di equilibrio, di armonia. È l’augurio che si può fare parlando semplicemente di umanità recuperando le nozioni di umanesimo: la centralità dell’uomo e l’equilibrio. Penso che l’arte possa servire a questo. Non so se ci riuscirà, però perché non provarci?