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Saverio Dalla Rosa è stato un pittore, un amante dell’arte, ma soprattutto il primo custode della neonata pinacoteca civica per la quale tanto si era speso per formarla. Ora quel nucleo originale fa parte della collezione del Museo di Castelvecchio e l’anno scorso sono passati due secoli esatti dalla morte del veronese di cui, purtroppo, nessuno ha parlato.

«Se tanto più chiara, ed illustre si reputa una città, quanto maggior numero ha d’uomini valentissimi, e quanto più nel suo seno favori la coltura delle scienze e dell’arti». Così scriveva Dalla Rosa nella sua Scuola veronese di pittura, purtroppo mai finita e neanche pubblicata. Ci credeva veramente il pittore nipote di quel Giambettino Cignaroli che nel 1764 istituì formalmente la prima Accademia di pittura e scultura di Verona. Proprio dallo zio materno imparò le basi di quell’arte che lo avrebbe accompagnato tutta la vita diventando il suo lavoro e la sua passione. Nel 1801 diventa membro della Commissione sopra i monasteri, nata nel periodo in cui le chiese vengono trasformate in depositi di quadri destinati alle più importanti città della penisola e della Francia, mentre nel 1805 assume l’incarico di direttore dell’Accademia prendendo il posto di Angelo Da Campo, allievo di Michelangelo Prunati. L’anno dopo iniziano le prime soppressioni napoleoniche e il conseguente sequestro dei beni destinati ad arricchire musei e chiese d’oltralpe. Solo nel 1810 venne istituita una commissione con lo scopo di formare una Galleria Comunale di opere d’arte «per il profitto della nostra studiosa gioventù e per il decoro della nostra scuola e della patria» sottolinea lo stesso Dalla Rosa in una lettera all’amico Giannantonio Moschini. Di quella commissione fecero parte anche il Da Campo e Gaetano Cignaroli, nipote di Giambettino e cugino del Della Rosa.

La Galleria fu inaugurata il 6 ottobre 1812 nelle sale del Consiglio Comunale (allora nella Loggia di Fra Giocondo) ed è qui che il Dalla Rosa, in qualità di custode, portò in visita nel 1815 Antonio Canova.

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