Il vicepresidente del Gruppo Ctg Un Volto Nuovo, Maurizio Pedrini, aveva lanciato l’allarme dal suo profilo facebook per l’isolamento, l’abbandono e la mancanza di manutenzione della chiesetta all’interno dell’area del Policlinico Rossi, fattori che ne hanno causato un degrado sempre più visibile. Ma la storia di questo edificio di culto, ormai sconsacrato, merita di essere ricordata, così come le opere d’arte che custodiva e che ora sono esposte al Museo di Castelvecchio e nascoste al pubblico negli uffici della direzione centrale dell’Azienda.

Come riporta il volume Borgo Roma e il territorio di Verona sud, edito dal Ctg Un Volto Nuovo, le prime testimonianze documentate dell’esistenza di un ospedale e di una chiesa risalgono rispettivamente al 1168 e al 1179, anno di consacrazione dell’edificio religioso. L’ospedale dei Santi Giacomo e Lazzaro alla Tomba ospitava soprattutto lebbrosi a cui si aggiunsero i poveri, i pellegrini e tutti i bisognosi di assistenza. Durante il periodo scaligero furono commissionate tre statue, ora esposte a Castelvecchio, e raffiguranti San Giovanni Battista, San Bartolomeo e Santa Cecilia. Quando la chiesa fu ricostruita tra il 1430 e il 1433 si aggiunse anche San Giacomo. Nel 1518 furono rasi al suolo sia l’ospedale che la chiesa, poi ricostruiti: la chiesa fu consacrata nel 1522, qualche decennio prima dell’arrivo della peste. Gli abitanti del quartiere vi avevano fatto costruire una cappella dedicata alla Madonna, arricchita poi nel tempo con ex voto. Fu così importante per la comunità che nel 1735 fu allargata eliminando due altari. Successivamente, la chiesa ospitò opere di Pietro Rotari, Antonio Cavaggioni, Domenico Brusasorzi, Nicola Giolfino, Francesco Caroto a testimonianza di come quel luogo di culto era diventato un riferimento per i malati, i poveri e i bisognosi di assistenza fisica e spirituale. Un’eredità del passato dei veronesi che andrebbe meglio tutelata.

Dionisio Brevio, Madonna con Bambino in trono, San Giacomo il Maggiore e San Lazzaro.