«Mio Dio! E’ stupendo!». Esordisco, alla vista di una foto che mi viene mostrata. Bellissimo, un peccato che i veronesi non abbiano potuto vederlo; è stato esposto alla Galleria d’Arte Moderna Achille Forti e adesso deve rientrare a Milano, il colore della zona ha fatto chiudere i musei e le iniziative in essi contenute sono rimaste orfani di spettatori.

Non è giusto. Un quadro così non può andare via senza che i veronesi l’abbiano visto, non sappiano della sua esistenza.

“Tre donne” di Umberto Boccioni, dipinto tra il 1909 e il 1910, un quadro ad altezza quasi naturale delle figure, di una eleganza, di un garbo, una tridimensionalità degli affetti femminili del pittore, con la luce che rarefà i corpi per renderli senza materia, pura anima; tre caratteri, tre età, tre legami diversi che portano nel quadro chi osserva, trovano compimento spaziale nel pittore che le dipinge facendolo appartenere ad esse. E’ dipinta l’atmosfera di quel pomeriggio estivo, dopo pranzo, in controluce, come se si entrasse d’improvviso nella stanza cogliendo le chiacchiere delle donne di casa.

«La singolare iconografia del triplo ritratto familiare è dedicata a tre donne che hanno segnato nel profondo gli affetti del pittore: l’amatissima madre Cecilia Forlani, la sorella Amelia e l’amica intima Ines – mi rivolgo alla Direttrice dei Musei Civici, la Dottoressa Francesca Rossi, chiedo di raccontarmi il quadro e della sua bellezza – L’uso del controluce e di altri suggestivi effetti luminosi caratterizzano la maggior parte di questi ritratti. Nella grande tela “Tre donne” i raggi provengono da una finestra, di cui si può intuire la presenza nella parte sinistra dell’immagine, e intessono con pennellate allungate le tre figure. La luce, usata fino a quell’epoca per costruire i corpi, sembra ora smaterializzarli, annunciando la compenetrazione tra figura e ambiente che contraddistinguerà i successivi ritratti futuristi. Un Futurismo, e non solo, che a Verona raccoglie artisti importanti, Dottoressa Rossi – Nel percorso di visita il dipinto era confrontabile con sperimentazioni diverse sulle nuove teorie della luce che coinvolsero artisti attivi tra Ottocento e primo Novecento quali Medardo Rosso, Giovanni Segantini, Angelo Morbelli e Angelo Dall’Oca Bianca». 

Un percorso che sottolinea in un certo senso il legame che Boccioni aveva con la nostra città: «La presenza dell’opera di Boccioni a Verona è significativa – continua la Direttrice – anche per i rimandi alle vicende che hanno legato strettamente la famiglia Boccioni alla nostra città, da quando la sorella dell’artista, Amelia (raffigurata nel dipinto sulla destra della composizione ) sposò Guido Valeriano Callegari, uno studioso di antiche civiltà centro-americane. Amelia si stabilì con il marito a Verona dal 1915, custodendovi per lunghi anni i ricordi, i libri, le opere d’arte e le memorie del fratello Umberto prematuramente scomparso. Alla morte di Guido Callegari, nel 1955, la donna lasciò in dono alla Biblioteca Civica di Verona un consistente fondo di libri e documenti in parte provenienti dallo studio di Umberto Boccioni».

Un motivo in più perché i veronesi conoscano quest’opera, vedano in essa anche quell’aria elegante e colta che Verona aveva in quegli anni, è davvero un quadro magnifico…«Si lo è» sorride la Dottoressa Rossi, non la vedo, ma dalla voce gli occhi luccicano di bellezza.

Una bellezza che è atmosfera, quella che ritroviamo nel Manifesto tecnico della pittura futurista del 1910: “Per dipingere una figura non bisogna farla; bisogna farne l’atmosfera”. Quell’atmosfera particolare che Verona ha da sempre, e che gli artisti hanno raccolto nelle loro opere.

Non da meno Dante che di Verona e degli illustri veronesi ha scritto nel suo grande viaggio, La Divina Commedia, prossimo appuntamento nella Galleria d’arte Moderna della nostra città per i settecento anni dalla sua morte.

“E uscimmo a riveder le stelle”.

Ancora luce, quell’atmosfera.