Vinicio Capossela - foto di Simone Cecchetti

Il Festival della Bellezza si propone ogni anno come una sorta di rilievo dello stato di fatto e di ricostruzione, una forma di Rinascimento continuo, un momento di riflessione che rende evidente la percezione della “frattura” tra mondo antico e mondo contemporaneo. E del mondo antico abbiamo ancora sete, diventa sempre cosa nuova, ci seduce. La bellezza non è la somma delle cose più belle, ma l’equilibrio tra le cose.

È il Festival più elegante che io conosca, per le persone, per i luoghi, per le parole, per le note, per lo stile. Un festival che lascia che la bellezza sia, ovvero quella percezione invisibile di benessere, di cose buone, un momento di concinnitas, di equilibrio, di giusta misura: la bellezza uno stato d’animo sereno, aperto alla conoscenza, all’emozione, senza paura, senza fine. Amore, dunque.

Che coss’è l’amor. Chiedilo al vento. È il vento folle che spinge le vele della barca di Ulisse e gli Argonauti ad andare oltre, a viaggiare per scoprire che la meta è tornare a casa. Lo stesso vento che porta a una riflessione filosofica, quella di Massimo Cacciari e Giancarlo Giannini, sulla passione nell’Inferno dantesco. «Che coss’è l’amor. Chiedilo alla porta». Più di una guardarobiera mi viene in mente Reneè, la portiera protagonista del romanzo “L’eleganza del riccio” e il potere dei libri, quello di far incontrare storie, persone e personaggi, a volte noi stessi. Così Alessio Boni, si fa “libro” per raccontare la messa in scena dei protagonisti di capolavori letterari.

«Che coss’è l’amor. È un sasso nella scarpa». Si percepisce sempre un’ironia sottile e assai elegante, raffinata sia nello sguardo, sia nel timbro di voce avvolgente, seducente, sia nelle canzoni di Paola Turci, un’intimità in punta di piedi, con classe, ma diretta, precisa, come se in ogni storia cantata si togliesse un sassolino dalla scarpa. «Che coss’è l’amor. È la Ramona che entra in campo». Emir Kusturica entra in campo facendosi notare, portandosi a braccetto il cinema, quella «grottesca, dissacrante, beffarda, oltraggiosa settima arte che racconta la vita distillata, come acquavite che ubriaca».

«Che coss’è l’amor. È un indirizzo sul comò». Quello che ci dice dove dobbiamo andare, ci ricorda da dove veniamo, un luogo prezioso e intimo, dove abitano i sentimenti, ma anche le regole, le emozioni, i desideri, gli eccessi, la violenza, l’amore, e noi stessi. «Dove è il tuo tesoro, lì sarà il tuo cuore», Massimo Recalcati prende come guida Gesù, Ecce homo, la parte debole, più fragile di Dio. «Che coss’è l’amor. È quello che rimane». Quello che rimane è sempre un dubbio, una manciata di sassi in una mano, sabbia che scivola tra le dita, e una domanda guardandosi allo specchio, Chi sono? Fabrizio Gifuni con Amleto allo specchio, racconta di noi, eroi ambigui e problematici.

«Che coss’è l’amor». È una canzone. Quella di Vinicio Capossela, ospite del Festival, straordinario cantastorie dei nostri giorni, uno stile raffinato, ma pungente, tra le note di un pianoforte jazz, calde apparentemente improvvisate, e ritmi etnici di territori lontani come echi originari e tribali di memoria collettiva, catalizzatore di mille eroi del passato e di suoi predecessori chansonnier: quelle ballate di Francois Villon riprese da De Andrè e la malinconia di Modugno, quell’uomo in Frac, elegantissimo, come l’estrosità degli abiti di Capossela, vero stile.

«Che coss’è l’amor». L’amore è ballare senza fine questi ritmi diversi tra loro e unici come privilegio, ricchezza, consapevoli del mondo e della sua infinita bellezza.

«Ahi, permette signorina. Sono il re della cantina. Vampiro nella vigna. Sottrattor nella cucina
Son monarca e son boemio. Se questa è la miseria. Mi ci tuffo. Con dignità da re».