Qualche giorno fa è venuta a trovarmi Nelly Zanolli Gemi, studiosa veronese, portandomi un dono, una sua recente pubblicazione estratta da Note Mazziane (aprile-giugno 2019) un saggio che ha come argomento principale il mettere ordine su «Un disegno di Giovan Lombardo, forse il veronese Falconetto» in merito al teatro romano. Con piacevolezza, e il saggio tra le mani, iniziamo a chiacchierare del tempo passato, di quando a Verona c’era un fervore culturale che ho avuto la fortuna di respirare anche se molto giovane, un pullulare di studi, ricerche, pubblicazioni, con argomento Verona e la sua storia, la sua arte, la sua architettura.

Così, sgranando libri, mostre, pubblicazioni eventi, persone e ricordi apro e sfoglio distrattamente il saggio posato sul tavolo. Mi colpiscono subito quattro disegni antichi, riconosco ovviamente il monumento, ma noto che vi sono alcune arbitrarietà e che se non fosse per il titolo si farebbe fatica a capire, Arena di Verona. La pianta dell’Anfiteatro è circolare e non ellittica «Probabilmente a quel tempo crolli, roghi e spoliazioni avevano reso irriconoscibile l’anfiteatro, tanto da interpretarlo secondo la trattatista quattrocentesca» mi spiega la studiosa, e ci viene in mente quanto dell’Arena, pezzi strappati o caduti e riutilizzati, ci sia nei palazzi della città tanto da essere davvero il simbolo di Verona, come madre che lascia eredità.

Mi ricade l’occhio sui disegni, poter vedere l’anfiteatro come si presentava originariamente, con la cinta esterna completa costituita da tre ordini di arcate sovrapposte (oggi ne è testimonianza l’ala) mi fa ricordare che col terzo anello poteva ospitare fino a 23.000 spettatori, più del doppio degli abitanti del tempo, quindi era destinato ad una utenza molto più vasta, offrendosi come luogo ludico anche per le colonie vicine, una sorta di Palasport odierno, ed essendo posizionato strategicamente “extra muros” vi si poteva accedere più facilmente, e magari “parcheggiare” le auriga senza bisogno di girare a vuoto. Ma non basta, in questo codice del XV secolo, conservato nella biblioteca universitaria di Salisburgo (anche Salisburgo ha un pezzetto di Arena, dunque) ci sono solo le architetture di Roma e di Verona, l’anfiteatro appunto, a dimostrazione di quanto fosse importante la nostra città, conosciuta fuori dall’Italia proprio per questo edificio (non ancora monumento), come se i disegni fossero “depliant” che invitano a visitare Verona in una sete di conoscenza e di cultura che un po’ abbiamo perduto.
Ben ritrovati disegni.