L’odore del legno appena tagliato, liscio come seta al tatto, appena levigato, tirare fuori una forma prigioniera nella materia, che si trasforma in mobile, arredi del quotidiano vivere, contenitori di oggetti che ci accompagnano e ci descrivono. Mio nonno era falegname e quell’odore ogni qualvolta mi entra nelle narici riempie gli occhi di acqua salata e si deposita nel cuore.

Da alcuni anni ormai, a fasi alterne e per alterne vicende, mi occupo di arredi, di mobili fatti a mano, degli artigiani, delle imprese, del distretto veronese, di territori e di persone; sì perché quando si parla di impresa si parla di persone che fanno l’impresa, di territori che di quell’impresa hanno il carattere, il sangue, ed ho imparato in questi anni che bisogna muoversi in punta di piedi con il rispetto che si deve a chi dedica la propria vita, magari da generazioni, al proprio mestiere, tanto magari da rendere un intero territorio ricco, un bene comune.

È stato il caso del “comparto del mobile nella bassa veronese” che, dopo un passato glorioso ha visto negli ultimi dieci anni una profonda crisi. Una crisi generazionale, quella di queste imprese, che ha però negli ultimi due anni messo in moto un cambio, una virata, una volontà di rinascita, a gruppetti, a grappoli, prendendo prima di tutto coscienza che da soli non si può più andare lontano e  con l’avvio verso quella “bottega digitale” che è l’evoluzione naturale di un sapere antico. 

Un passaggio molto lento, ma messo ormai in atto da alcuni artigiani che hanno ripreso in mano lo stesso concetto di distretto, che a sua volta era stato decretato un fallimentare strumento di governance economica dei territori e delle imprese. Lento, si, una lentezza che è endogena: ci vuole tempo per realizzare un mobile fatto a mano. Una lentezza che si aggiunge alla testardaggine, al credere a volte al primo pifferaio magico che passa per strada, ad una reticenza e ritrosia verso le consulenze e le sinergie, al fidarsi di qualcuno, un desiderio affrettato e a volte maldestro di risalire la quota, di fare business, di tornare a quella ricchezza che non sarà mai più la stessa. Ma questo non decreta affatto “la morte del mobile della bassa veronese”, anzi, quel tarlo è in realtà un bruco che si sta e deve, trasformare in farfalla.

Qui c’è in gioco un’intera filiera, quella del legno-arredo che comprende tutte le attività coinvolte nel passaggio dalla materia prima al prodotto finito, nelle sue diverse forme, da quelle più semplici di arredamento fino ai prodotti di design, una filiera che lavora avendo ben presente green economy e sostenibilità, una filiera che vede in campo al fianco degli artigiani gli Enti di categoria, da Confartigianato a Federlegno, una filiera che mette in gioco fiere nazionali ed internazionali del comparto legno e arredo dove la ricerca di forme, di modelli, di nuove contaminazioni, spesso è affidata ad architetti e designer che con gli artigiani sono abituati a lavorare fianco a fianco, sporcandosi le mani nel gioco più bello e serio, quello di creare, produrre bellezza. 

Una filiera che per lo più è fatta di piccole e medie imprese e che in questa fase di sconvolgimenti, di crisi del capitalismo, del modello fordiano e di post Covid prevede un fatturato del settore che diminuirà di oltre il 6% rispetto al 2019; non ultimo l’impatto dovuto alla cancellazione del Salone del Mobile di Milano, una manifestazione che ogni anno attrae almeno 350.000 persone tra turisti e operatori del settore, con un indotto che va dai 120 ai 350 milioni di euro e un impatto sul PIL italiano stimabile intorno a 1-1,3 miliardi di euro, una manifestazione che vale ogni anno circa il 15% del giro di affari del settore.

Veniamo al distretto industriale del mobile veronese, uno dei distretti della Regione Veneto: la vocazione artigiana che sta alla base di questa realtà produttiva fa in modo che le dimensioni del polo industriale siano ridotte, e che venga sviluppata una concorrenzialità interna che permette una crescita dell’insieme, ma anche un aumento della qualità della produzione, cosa che sta avvenendo con “Lignum”, in accordo con la Regione. Il territorio storico del Distretto del Mobile di Verona affonda le proprie radici nel primo dopoguerra, là dove alla fine del 1800 l’economia della Pianura Veronese era tipicamente contadina e si è messa in atto una vera e propria rivoluzione industriale, facendolo poi diventare il “distretto del mobile classico della bassa veronese”; oggi è il distretto del Mobile di Verona, un nuovo nome pensato per attirare una maggiore riconoscibilità internazionale della produzione tipica di questi territori, affiancandosi alla città di Verona per aumentarne il valore, anche se sappiamo tutti che questo non basta, si sta lavorando per migliorare, mettendosi in gioco, per recuperare identità dalla storia.

Si ricorda che a Verona c’è il Museo degli arredi e dell’abitare in quel Palazzo Miniscalchi Erizzo, in pieno centro storico, che pochi conoscono, forse neppure i veronesi, ma che testimonia quanto sia stata importante e identitaria la sinergia tra l’idea e il fare artigiano nel nostro territorio. Non solo per la “bassa”.

A questi, altri cambiamenti negli ultimi due anni hanno fatto seguito, come l’ampliamento dei codici Ateco e del territorio stesso di riferimento: il distretto è collocato oggi nella parte meridionale del Veneto e si estende alle province di Verona, Padova e Rovigo, raccogliendo aziende legate alla produzione di mobili e arredamento all’interno di 43 Comuni, dove la Provincia di Verona è l’area più estesa con 23 aziende. Ancora vive.

Bene, direi che pare tutto fuorché morto questo comparto, ma ha un beneficio la polemica di questi giorni, si è accesa una spia rossa per il distretto del Mobile di Verona, anche se il mio è un consiglio di parte, resta oggettivo: forse è il caso di lavorare sulla costruzione di una nuova reputazione del comparto stesso, cosa che sicuramente, oltre a fare bene al fatturato delle aziende, in un tempo più lungo, renderà visibile a tutti lo stato di salute del Distretto del Mobile di Verona, e magari sarà di  antidoto al malocchio.