Mi ha molto colpita la notizia di un agricoltore barese che, in un gesto di vera disperazione (e senso d’impotenza), si è recato in paese, Casamassima, e davanti al Municipio ed alla caserma dei Carabinieri ha rovesciato per strada venti chili di ciliegie appena raccolte nel suo campo, protestando perché a lui vengono pagate un euro al chilo mentre nei supermercati si trovano in bella vista a 10 euro al chilo (nei supermercati di Milano a 16 euro al chilo).

Una differenza di guadagno che determina un evidente e vergognoso sottocosto nei confronti dell’agricoltore che ha avuto cura (perché questo è coltivare) di quelle ciliegie, assumendosi tutti i rischi del caso. Quest’ultimo, disperato con le lacrime agli occhi, si vede così costretto a fallire, perché il costo del lavoro non è sostenibile rispetto ai guadagni, costretto ad abbandonare la terra che gli è vita. 

E quelle ciliegie versate a terra nella fotografia (dove oltre al rosso c’era il bianco e il verde in un’allegoria del paese) mi sono sembrate pozze di sangue, un incidente stradale e, per deformazione professionale, mi è balzato in mente che le ciliegie vengono spesso rappresentate nelle opere d’arte, non solo come natura morta, ma nelle “Ultime Cene” o nelle “Madonne con bambino” perché il loro colore rosso rimanda al sangue versato da Cristo sulla Croce. 

Ecco, il sangue versato da quell’agricoltore, un gesto che mi è parso fortissimo.

Un gesto che non ha campanile in un’Italia agricola nel suo carattere identitario, un gesto apice di una situazione gravissima che rende evidente come il processo di commercializzazione dei prodotti agricoli penalizzi fortemente i piccoli coltivatori, gli stessi che vogliamo incentivare e valorizzare con le politiche del chilometro zero.

Mi fa molto arrabbiare tutto questo perché evidenzia l’ipocrisia che sta dietro ai progetti del “Made in Italy”, come i proclami di ogni iniziativa di valorizzazione dei territori. Slogan, chiacchiere che non hanno provvedimenti seri e concreti, la risoluzione del fare è affidata unicamente al singolo che si deve districare tra mille difficoltà, non solo naturali ma anche legislative, burocratiche e di business. Non ce la facciamo più. Una gerarchia che mette al gradino più basso dei valori chi lavora, chi ha cura del territorio, e in quello più alto chi al territorio da un prezzo, lo sfrutta.

Non va bene.

Se vogliamo valorizzare i territori dobbiamo rovesciare questa piramide, partire dal basso, e prima ancora conoscere, sapere, prendere coscienza e consapevolezza.

Quelle che giacciono buttate a terra dal contadino pugliese sono la ciliegia Ferrovia, una cultivar del barese, nota dal 1935; il primo albero nacque vicino ad un casello ferroviario delle Ferrovie Sud Est nelle campagne alla periferia di Bari, in un paesino dal nome sacro, Sammichele. Hanno un colore rosso vermiglio, polpose, dolci e succose, con una vena amarognola che le avvicina alle amarene. Irresistibili, lasciano in bocca la terra del sud.

Il nord non è da meno, da Vignola, in provincia di Modena, fino alla ciliegia veronese che è più rossa, quella della Val d’Alpone, di Cazzano di Tramigna, dolce e polposa; c’è anche una novità da qualche anno, la ciliegia bianca di Verona, una varietà ottenuta incrociando il Durone di Vignola con la Morella di Cazzano.

Se scorressimo insomma l’Italia delle ciliegie (come di qualsiasi altro prodotto agricolo) troveremmo tante varietà, ognuna portatrice di caratteri territoriale e di un saper fare italiano che è il vero made in Italy. Quella cura, quella passione e dedizione che i nostri contadini mettono nel coltivare il territorio, cultura dello stesso, forme e colori che ritroviamo nell’arte, nei dipinti, nelle facciate affrescate, nei colori delle colline, dei frutteti. 

I nostri contadini sono da sempre gli artisti del paesaggio e, come per l’arte, all’agricoltura l’Italia affida ribalte occasionali spesso più folkloristiche che frutto di una vera cultura del territorio.

Siamo alla frutta.