Foto di Loris Mirandola

Era il 1531, a Verona un’inondazione del fiume Adige e le scorrerie dei lanzichenecchi avevano portato una grave carestia che aveva messo la popolazione in ginocchio, in particolare il prezzo della farina era diventato così proibitivo che i panettieri si rifiutavano di fare il pane facendo venire a mancare un bene di prima necessità così importante che vi fu una rivolta degli abitanti. 

Un comitato di nobili e notabili della città, capitanato da Tommaso Vico, si fece carico di risolvere la questione distribuendo al popolo viveri, e in particolare facendo realizzare una gran quantità di gnocchi con farina e acqua che vennero distribuiti su una pietra, oggi ancora visibile, sul sagrato della chiesa di San Zeno, il quartiere dove la rivolta ebbe inizio.

Così nacque l’abitudine, ogni ultimo Venerdì prima della Quaresima, di distribuire e di mangiare gli gnocchi a Verona, in memoria di quella carestia; così nacque la Maschera di Verona, quella di “Papà del gnocco”. 

Dalla Maschera alla mascherina, dalla carestia alla pandemia, il passo è breve.

Dopo una quarantena di 70 giorni che ha molto della carestia prima ricordata, in quella ciclicità della storia dove i fatti spesso si ripetono simili, ma diversi. Così, oltre alle difficoltà per la ripresa, non solo economica della nostra città, ci troviamo a dover indossare ognuno una “mascherina” come forma di protezione contro questo virus aereo, come nuovo “carnevale”, e la città da deserta, senza persone rinchiuse in casa, si ripopola dei suoi abitanti coperti in volto, mascherati.

Verona, come le altre città italiane, è apparsa nei giorni di lockdown un paradosso, svuotata dei suoi abitanti, di ciò che definisce una città, dicesi luogo abitato, forse a farci capire quanto gli stessi siano importati e indistinguibili dalla città stessa, soprattutto quando dovremo di nuovo affrontare politiche di governance o strategie turistiche, o capire quanto siano stati vitali in questa moderna “carestia” i negozi di prossimità, di quartiere, quanto le persone che abitano, lavorano in un luogo siano portatori di vita allo stesso, per ricordare che una città senza abitanti non è possibile.

Così sulle mascherine protettive che oggi dobbiamo indossare potremmo stampare quelle immagini di una Verona vuota a causa della pandemia, per ricordare questo anno nei tempi a venire e sfilare al prossimo venerdì gnocolar.