Delfino Ilva
Foto di Michele De Pace

L’incanto. Sorprende la natura, ogni volta, nella sua semplicità disarmante, e la bellezza di questo scatto guadagna l’animo di chi la vede

C’è un tempo, a fine estate, quando i villeggianti rumorosi sono andati via, le temperature cambiano e gli uomini riprendono ad essere distratti e in altre faccende affaccendati sulla terra, che il mare ritorna ai legittimi proprietari, ai suoi abitanti che, sollevati e beffandosi degli uomini, riposando per un po’ prima di una nuova battaglia, sguazzano seguendo flussi atavici assai vicini al mondo altrui, ricambiando quasi la visita. Ancora di più, distrattamente ci ricordano da dove veniamo e quanto della natura abbiamo negli occhi, nelle cose che facciamo o produciamo, anche quando la neghiamo.

Così quel dorso lucido, dalla linea perfetta, fa da eco all’arco in lamiere di acciaio che gli sta nello sfondo, a coprire polveri delle quali il mare sembra beffarsi nella lucentezza delle acque, a cercare di mitigare lo splendore rubato alla città che oggi rimane in ori sotto teche di vetro.

“Mi spiace se ho peccato. Mi spiace se ho sbagliato. Ma ancora proteggi la grazia del mio cuore”.

Quel dorso magnifico è una richiesta di perdono e di riscatto, sottolinea la memoria di un territorio elegante, raffinato, in un passato che non si è saputo coltivare, rimasto sepolto come reperto archeologico sotto i piedi di chi da lì è passato o ci abita.

Ci sono passata anch’io, e per un po’ di tempo mi sono fermata, cocciuta nel mio lavoro di capire dinamiche e quello di cercare fili del territorio da cucire, in un’esperienza umanamente sgradevole e deludente, quanto affettivamente ingannevole. E l’inganno insieme alla contraddizione sono caratteri del territorio, la contraddizione che sta in questa foto, senza bisogno di sapere dove.

Ulisse ci insegna, nessun nome, né di luoghi nè di persone. Nè di imprese.

Una contraddizione che è storia del nostro Paese, che ha perso scommesse importanti e luoghi, ha perduto persone e abitanti, a volte anche il buon senso, e si ritrova oggi in una complessità che pone sempre più gli uni contro gli altri, a trovare colpe e cieche responsabilità, perdendo tempo prezioso. Un tempo per proteggere ovunque, come unico atto d’amore necessario.

“Guardo fuori e guardo intorno. Com’è gonfia la strada, polvere e vento. Nel viale del ritorno”.

Ritorna in mente la canzone di Vinicio Capossela. Ritornerò anch’io in quel luogo, perché la testardaggine e l’arroganza di fare cose buone vincono, perché nel male ho trovato anche il bene: persone fantastiche, luci nel buio che piano piano si stanno avvicinando tra loro per produrre cultura, bellezza, e dare a quel territorio ciò che ogni territorio ha, incanto.

“Ho sassi nelle scarpe. E polvere sul cuore. Freddo nel sole. E non bastan le parole”.

Questa foto toglie le parole: è ogni luogo dove l’intenzione del nostro paese di trovare grandezza si è scontrata con il nostro non essere pronti a gestire la bellezza; viene in mente il discorso di Adriano Olivetti per l’inaugurazione dello stabilimento di Pozzuoli quel 23 aprile 1955:

«Così, di fronte al golfo più singolare del mondo, questa fabbrica si è elevata, nell’idea dell’architetto, in rispetto della bellezza dei luoghi e affinché la bellezza fosse di conforto nel lavoro di ogni giorno. Abbiamo voluto anche che la natura accompagnasse la vita della fabbrica.

(…) voglio alludere all’ammirevole città di Pozzuoli e ai suoi incomparabili dintorni. L’uomo, strappato alla terra e alla natura dalla civiltà delle macchine, ha sofferto nel profondo del suo animo e non sappiamo nemmeno quante e profonde incisioni, quante dolorose ferite, quanti irreparabili danni siano occorsi nel segreto del suo inconscio. Abbiamo lasciata, in poco più di una generazione, una míllenaria civiltà di contadini e di pescatori.

(…) L’uomo – ricco del dono di amare la natura e la vita, che usava contemplare lo scintillio delle stelle e amava il verde degli alberi, amico delle rocce e delle onde, ove, tra silenzi e ritmi, le forze misteriose dello spirito penetrano nell’anima per la presenza di Dio.

Abbiamo lottato e lotteremo sempre contro questo immenso pericolo».

C’è Dio, o Genius loci che sia, in questa foto, c’è lo spirito dei luoghi che vince su tutto, se siamo capaci di vederlo e portarlo a noi come guida.

“E ancora mi innamora e mi fa sospirare così. Adesso e per quando tornerà l’incanto”.

C’è una grazia che dobbiamo recuperare, un senso di protezione amorevole e fattiva per luoghi e persone, in un tempo che è cambiato ormai, perché non c’è più tempo.

In questa foto c’è il tempo dell’oggi: c’è un tempo per l’amore e c’è un tempo per l’odio, c’è un tempo per la guerra, e c’è un tempo per la pace, è nel tempo di pace che si può cominciare la ricostruzione, o rigenerazione che sia, la guerra distrae e svia, rende povero sempre più ogni territorio. Qualsiasi.

“Ovunque proteggi la grazia del tuo cuore”, è scritto sul dorso di quel delfino.

Qui l’articolo del Corriere della sera citato nel sottotitolo.