In primis era la piazza il luogo del teatro, in quei secoli che fecero del territorio italiano la culla della cultura e dell’arte, teatrini di legno o rappresentazioni lungo le strade, fino all’allestimento scenografico di intere piazze con architetture che da effimere divennero poi stabili, quando la città era un concetto reale, tangibile nella comunità, non astratto, amministrativo.

Usi alternati a divieti, dal Medioevo fino al Seicento, quando a causa delle varie pestilenze, venne vietato ai teatranti di rappresentare perché andavano in giro per le strade con un teatrino improvvisato e scenografie mobili e l’assembramento poteva essere pericoloso.

Corsi e ricorsi della storia umana.

Così le chiese diventarono spesso luoghi con le uniche occasioni per le compagnie teatrali di andare in scena, di guadagnare con la loro arte: durante la Messa, una celebrazione cantata e recitata, Messa in scena.

Alla stessa stregua ed in opposizione, nel Medioevo venivano vietati durante la Quaresima tutti i tipi di rappresentazioni teatrali e di spettacoli pubblici che si tenevano per le vie o le piazze delle città comportando per gli attori e per tutti coloro che vivevano di solo teatro ancora notevoli disagi. Non potendo lavorare le compagnie teatrali erano costrette ancora una volta a tirare la cinghia: da cui nasce la superstizione in teatro per il colore viola, quello dei paramenti sacri usati durante la Quaresima.

Poi arriva il Settecento, il secolo dei lumi, dove la cultura ha un ruolo privilegiato, ma soprattutto si ha la visione di usare il teatro per divertire e per informare il popolo: così si cominciano a costruire i grandi teatri e dalle strade, alle piazze si passa ad un luogo deputato alla recitazione.

Il Teatro sostituisce la Chiesa, aggiunge sacralità alle azioni: agli inizi si portavano le sedie da casa, nella zona della platea c’erano tavolini e sedie come in una piazza vera e propria, a volte c’era dello sterrato per le rappresentazioni equestri o circensi; era lo spazio per il popolo, mentre i nobili avevano i palchetti, come i balconi dei palazzi che si affacciano sullo spazio pubblico, una città in piccolo, al chiuso.

Il soffitto spesso veniva dipinto come un cielo azzurro, a ricordare che le rappresentazioni per secoli erano state diurne, ma anche a memoria dell’origine dello spazio teatrale, quello del teatro greco e del teatro romano, saggiamente all’aperto, inserito nel paesaggio o fuori dalle mura urbane.

In questo attraversare spazio e tempo non dimentichiamo che i palazzi dei nobili hanno sempre avuto una sala adibita a piccolo teatro privato, per non rinunciare mai, pesti, piogge o quaresime che fossero, al piacere della rappresentazione teatrale, quale momento privilegiato per riflettere su questa nostra commedia o tragedia che sia, quella umana.

Così oggi causa Covid, recuperando una tradizione che a Verona era assai diffusa, potremmo tornare a creare nelle nostre case uno spazio, piccolo o grande che sia, da adibire a scena, dove invitare ed ospitare gli artisti, con un pubblico ristretto e magari munito di certificazione vaccinale, per dare anche modo agli attori, alle attrici, ai teatranti e a noi stessi di non rinunciare al loro bellissimo e utilissimo mestiere: potremmo così inventare la “Casa in scena” e darle, per scaramanzia al contrario, un segno distintivo, il colore viola.

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