Non riesco a dormire. Il vento scrolla un grande albero davanti alla mia finestra, le foglie sono un’ondata di suoni, campanelli come pagine di libri aperti e rovesciati, rami animati alla tv e una enorme mano che piega il tronco come inchino a un potere più grande. Le persiane sbattono ogni tanto come tamburi a scandire.
Penso a Venezia, sommersa dall’acqua granda di questi giorni, come scoglio che trattiene il respiro aspettando che la marea scenda, e un groppo alla gola bagna gli occhi assonnati mentre un conato di rabbia mi sveglia.
Novembre. Da studenti sapevamo arrivando a Venezia col treno ogni mattina che avremmo potuto trovare acqua alta, e quando dall’alto della scalinata della stazione, punto d’osservazione privilegiato, si vedevano le passerelle scattava il calcolo di quale percorso più alto rispetto alla marea imboccare per arrivare in università, male che andava eravamo pronti, nelle borse avevamo rotoli di sacchetti neri e resistenti, quelli per l’immondizia, che trasformavamo in galoche improvvisate. Tutto normale, previsto, strategici e risolutivi come i veneziani nel quotidiano di una città speciale, unica al mondo, difficile a volte.
Ho abitato a Venezia per qualche anno e la sirena che annuncia l’arrivo della marea me la ricordo, un moderno suono di campane avvertiva: Venezia come una grande nave che d’improvviso imbarca acqua. Qualche volta mi sono trovata a dover affrontare un’emergenza, dover trovare una soluzione per arrivare a casa senza camminare, e se si poteva camminare la spinta dell’acqua sulle gambe ad altezza ginocchio me la ricordo, era come sciare. Arginare il mare.
In quei momenti la sensazione di precarietà arriva netta, senti la città come sprofondare, scendere sotto acqua, alla deriva, e tu sei impotente, non ci sono appigli, sartie e bricole che tengano.
Oggi. I vaporetti sopra le fondamenta di San Marco, la basilica come una cisterna romana, i sarcofagi alti un metro e mezzo da terra lambiti dalla linea d’acqua che ondeggia a minacciare di risvegliare chi lì riposa da secoli in una sorta di apocalisse. Ma più di tutto la superficialità di cui siamo capaci, turisti che fanno foto e selfie, che si divertono, addirittura mezzi nudi in quella enorme vasca da bagno che è diventata la piazza, ridicolizzando.
Una superficialità ed una indifferenza che ci stanno costando care, le stesse che puntano a portare i centri storici a proporsi come novelli disneyland, a centri massaggio o ludici, piani urbanistici che vogliono lentamente togliere l’abitare, le persone, in una città ideale vuota e inutile, come paratie che non funzionano. Siamo noi che stiamo sprofondando, non sappiamo avere cura.
13 Novembre 2019. La rabbia, in quella tempesta perfetta che ha portato Venezia a sentirsi molto più fragile, come orso polare su una piccola lastra di ghiaccio, e ha risvegliato il mito, quello di Atlantide città sommersa, rendendolo monito vivido, non sia mai presagio.
Venezia è casa, come lo è Genova e la sua acqua dolce nera, lo è Amatrice. Venezia è Italia, è il mondo intero, la possiede il mare di cui è sposa, ma appartiene a tutti. Appartenere vuol dire avere cura, quella cura che serve per coltivare, seguire il crescere di una pianta che sia cibo: avere cura vuol dire cultura. E noi non abbiamo più cultura.
Così, chiacchiere da bar, pressappochismo, personalismi e disonestà intellettuale come indifferenza e superficialità, ci fanno commuovere ad una catastrofe ma non abbastanza per indignarci e reagire. Abbiamo la sindrome del “seduti davanti alla tv”, a volte seduti dentro la tv.
Non accetto che Venezia scompaia, non può essere, è una penitenza troppo grande. E nel grande sappiamo arrivare alla luna, nel piccolo spendiamo fior di danari per una tecnologia invisibile che ci tenga tutti sotto controllo, ma la marea no, quella è un’altra cosa, non è importante: non sappiamo, non vogliamo, fingiamo, non siamo capaci. Almeno in Italia.
Noi siamo Venezia, noi rischiamo di affondare, di scomparire e tutti quei piani strategici, quei progetti per valorizzare, tutelare, tutte quelle belle parole, “bene comune”, “sostemibilità”, sono chiacchiere di cui ci riempiamo la bocca, io per prima, faccio fatica a dare un senso; parole come zattere in balia del mare, libri antichi zuppi d’acqua, edicole affondate, mosaici rovinati, pietre strappate e lanciate come sassi che annegano.
Se Venezia potesse andare via dall’Italia, lo farebbe. Un dolore immenso, una sconfitta.
In tutto questo i veneziano, gli abitanti, si sono tirati su le maniche e si sono messi al lavoro, non c’è più tempo. Che ognuno faccia il suo. E’ giorno ormai.
Qualche mese fa, mentre Notre Dame bruciava, prima ancora di sedare l’incendio, imprenditori di tutto il mondo hanno fatto a gara per donare soldi da investire nella ricostruzione, perché pensare Parigi senza quella chiesa è impossibile.
Come il mondo senza Venezia. Impossibile finché non accade.
World Land of Venice.