Coperto da uno strato di intonaco per molti anni un affresco, di particolare raffinatezza e qualità pittorica, tale da farlo quasi sembrare un dipinto da cavalletto, probabilmente della seconda metà del Settecento, ha visto di nuovo la luce, e noi l’affresco per la prima volta, grazie all’eliminazione dello strato di scialbo, steso in epoca contemporanea a causa di un cambiamento di gusto da parte dei nuovi proprietari del palazzo.

Seppur sconosciuto l’autore, sono state avanzate delle ipotesi di attribuzione: per la parte centrale i pittori veronesi Matteo Brida e Gianbattista Buratto, attivi anche nei palazzi dell’Accademia Filarmonica, mentre per le cornici i quadraturisti Pietro Antonio Perotti, Giovanni Mattioli e Filippo Maccari.

L’affresco rappresenta l’«Allegoria dell’Abbondanza o della Liberalità» dove la figura centrale con la mano destra sperpera delle monete d’oro prese da un sacchetto, mentre accanto a lei si trova l’«Allegoria della Prudenza», con armatura, elmo e corona di moro, il cui gesto sembra invitare a non disperdere il denaro che due figure alate raccolgono in un vaso. La scena è racchiusa all’interno di una cornice in finto legno intarsiato su cui sono collocati agli angoli quattro vasi floreali, il tutto inserito in una cornice a finto stucco che si sviluppa lungo il perimetro della stanza con volute e foglie d’acanto, mentre in corrispondenza delle porte quattro medaglioni in monocromo rosa raffigurano le quattro stagioni. 

Rosa è il colore preponderante dell’opera.

Il momento del taglio del nastro

“Quello di oggi rappresenta un ulteriore esempio di come l’impegno dell’Esercito Italiano per la collettività sia universale. Riscoprire e custodire patrimoni storici che appartengono al bene comune e ridare vita ad un’opera d’arte come quella che oggi stiamo riscoprendo nella sua originale bellezza, ci riempie d’orgoglio perché ci consente di riscoprire, salvaguardare e custodire il lavoro di artisti che hanno scritto con l’arte la storia del nostro meraviglioso Paese.” – le accorate parole di ringraziamento del Generale TOTA, ma c’è di più: questa bellezza esplicita un gusto squisitamente neoclassico per i colori tenui, e tra tutti il più particolare, il rosa, un’allegoria di sottile arguzia, un catalizzatore di significati.

Il rosa come colore nell’antichità era un colore squisitamente maschile, meno irruente del rosso che poteva incutere timore, pertanto si addiceva agli uomini con grande capacità dialettica, un colore adatto alla vita sociale; ma è nel Settecento, appunto che “il rosa ha acquisito la sua simbologia: quella della femminilità (un rosso attenuato, spogliato del suo carattere bellicoso) e della dolcezza (si dice ancora ‘vedere la vita in rosa’)”, scrive Michel Pastoureau, studioso della simbologia dei colori. 

È negli anni Trenta del Novecento che avviene il cambiamento di tendenza, gli uomini vestono sempre più di colori scuri e le donne con toni chiari e tenui; con gli anni Cinquanta la moda consolida questa tendenza fino ai nostri giorni.

Un momento della presentazione dei lavori di restauro

Il rosa, nei toni meno accesi, resta un colore elegante, sia maschile che femminile, un colore giusto, “sostenibile” diremmo oggi, un colore che racchiude gli opposti, come l’Abbondanza e la Prudenza protagoniste del nostro affresco.

Il rosa come fiore invece ci riporta alla massima di Bernardo di Cluny, “Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus” (La rosa primigenia esiste solo nel nome, possediamo soltanto nudi nomi), che sembra quanto mai appropriata, indicando la fragilità delle cose belle, come l’affresco oggi ricomparso a Palazzo Carli, perché le cose svaniscono e di esse ci rimane solo il nome, ma con un duplice valore universale: quello dell’arte e della cultura.

Dobbiamo averne cura.