nor

Cronaca, paesaggio, vita vera, luce, colore, bellezza. Tutto il quotidiano, quello che siamo, nel giovane Tintoretto in mostra a Venezia, una meraviglia che è miracolo davvero, un racconto che parla di noi.

Arriviamo a Piazzale Roma con l’autobus, uno di quelli di linea che collegano la Terraferma alla Laguna, l’ostello (Mestre!) a Venezia, quella giusta distanza che mantiene il mito. Vomitati dal mezzo insieme a turisti e pendolari, i piedi camminano da soli, conoscono la strada senza pensare, si arrestano quando lo sguardo si smarrisce prima del ponte di Calatrava: cancelli di ferro, tornelli a segnare un ingresso a volte necessariamente numerato. Forse non siamo a Venezia, ci hanno scaricati in qualche parco a tema, mah. Come animali che guardano qualcosa di nuovo con sospetto, ci giriamo intorno e imbocchiamo il dorso del ponte. Verso la cima riconosci qualche collega architetto che magari viene dalla provincia, che fa sfoggio di tecniche costruttive e spiega ad altri simili muti come si fa. Passiamo oltre e sorridiamo, siamo riconoscibili.

Non senti ancora Venezia finché non attraversi lo slargo che ha da un lato la stazione, dall’altro il Canal Grande, e sulla riva opposta San Simeone, di fronte il Ponte, una prospettiva che è Paesaggio e a noi casa. Michela è Storica dell’Architettura, ci conosciamo da secoli ormai (tutti quelli che abbiamo studiato!) fin dall’università, la stessa che ci lasciamo idealmente dando le spalle ai Tolentini. Stessi maestri, stessa formazione, stessi libri, stessa logica, stessa contaminazione e prolificazione di sogni progetti idee, ne abbiamo la borsa piena aspettando il momento di tirarli fuori. Non ci basterà questa vita lo sappiamo. Ci capiamo con gli occhi, anche col silenzio. Lei però è sempre stata quella seria, misurata, precisa, “british”, toni da acquerello nonostante i capelli rosso rame; io quella istintiva, senza mezzi termini, impulsiva, casinista, bionda senza esserne attrezzata. Idealmente, per caratteristiche, una versione femminile di Veronese e Tintoretto, allievi entrambi di Tiziano in una Venezia della seconda metà del Cinquecento che fu Scuola, come per noi Venezia negli anni Ottanta. In quegli anni, l’Università di Architettura (IUAV) in Laguna era l’ombelico del mondo; avevamo come professori il meglio della progettazione, della composizione, della storia dell’arte e dell’architettura: Tafuri, Dal Co’, Cacciari, Concina, Torsello, Rossi, Secchi, Gregotti, Purini, insomma una ideale Scuola di Atene, una vera Bottega rinascimentale erede di un passato che era quotidianità. Correvamo da una lezione all’altra, anche se non era la nostra, perché avevamo coscienza che non ci sarebbe capitato mai più di avere a disposizione tutta questa conoscenza, in una sola città, e assetate abbiamo bevuto a secchiate, ubriacandoci quando le parole diventavano marmi, ogive, palazzi, segni, disegni, forme, bellezza, nel tragitto di ritorno a casa lungo il Canal Grande o per le calli.

Arriviamo al Ponte delle Guglie dondolando come bambine in libera uscita e senza attraversarlo lasciamo Strada Nuova e costeggiamo le fondamenta di San Giobbe; in fondo la laguna, poco prima la sede di Economia di Ca’ Foscari. Non è zona turistica e non ci dispiace affatto, abbiamo come meta pranzare e un’osteria familiare col nome della padrona ci attende. Tavolini sulla riva vicino alle barche, tovaglie a quadretti bianchi e rossi, e subito un quartino di “Ombra”, quel vino bianco così fresco che scende velocemente ed attiva le idee a venire fuori. Ci raggiunge Gabriele, arriva da Udine, anche lui “contaminato” nella formazione e nei pensieri, laureato in Estetica, si occupa di impresa e territorio. Abbiamo un progetto insieme e una testardaggine condivisa oltre che convinzione, quella di ricercare modelli, forme e strumenti per evidenziare una continuità identitaria tra la Bottega rinascimentale e l’impresa contemporanea, quella che da Brunello Cucinelli in poi si chiama Impresa Umanistica. Parole, sogni, ricordi, ipotesi, schiamazzo, gente che passa, il vaporetto che suona, l’acqua che stanca e lenta muove le barche “parcheggiate”, ogni tanto accade qualcosa di quotidiano tutti si fermano a guardare per poi riprendere il cammino, un paesaggio e una luce tutto intorno che è unica, colore. Vita.

Inebriati dalle parole e dai sogni decidiamo di portare Gabriele a vedere il restauro del Cinema Italia in Strada Nuova, il più bel supermercato che conosciamo, una ex sala per le proiezioni cinematografiche inizi del Novecento poi trasformata in aula, e poi acquistata dalla Despar che ne ha fatto un mercato di una eleganza e di un rispetto per l’arte di vivere che è quella qualità della vita che prende forma quando l’arte e l’impresa si incontrano e diventano bellezza nel quotidiano.

Usciamo senza comprare nulla ma ricolmi di fili, nodi, intrecci, una tela che comincia a diventare tessuto, trama. Dopo saluti e promesse, con Michela riprendiamo la strada, abbiamo come meta l’inaugurazione di una mostra alle Gallerie dell’Accademia.

Bighelloniamo tra i negozi come non facevamo da tempo, un lusso, e tra qualche acquisto e qualche commento – ah ma quello non c’era, ah si questo è nuovo – decidiamo di andare a vedere il restauro del Fondaco dei Tedeschi. Ai nostri tempi lì c’era la sede delle Poste, oggi è una sorta di Galleria La Fayette o Rinascente veneziana. Tanti turisti stranieri, a flotte, in fila come in un museo; ci infiliamo e tra un paio di scarpe dal prezzo inaccessibile e un tirante, tra un rossetto e qualche decoro in pietra, saliamo e scendiamo in questa nuova piazza, un altro modello di mercato, luccicante  e ingannevole, simile ad altri se non per particolari che ai più sfuggono. E’ tempo di andare. Uscite ci infiliamo nelle calli e presto siamo a dorso del Ponte di legno che fa imboccare l’Accademia. Ordito.

Ascoltiamo la presentazione della mostra, salutiamo qua e là, e cominciamo a elencare come preghiera le opere che in quel luogo sono conservate in una memoria che ha bisogno di pochissimo per essere solleticata. Entriamo.

E’ la mostra su Jacopo Tintoretto il Giovane, diversa da quella che raccoglie la maturità del pittore e che lo stesso giorno si inaugura a Palazzo Ducale. Accoglie il colore rosso marsala delle pareti a supporto delle opere, caldo, pastoso, morbido di cipria, bene rende l’atmosfera. Altri saluti e le prime opere, gli inizi, gli studi: si riconosce l’influenza del Manierismo, di Rosso Fiorentino, del Pontormo, quella maniera bizzarra della composizione, la tecnica ardita, la luce a volte come presenza esterna. Poi ancora l’influenza di Giulio Romano e quel “fuori scala”, quella necessità di leggere la pittura in una prospettiva che è il luogo per il quale è stata pensata, uno spazio tridimensionale che concorre all’opera stessa. Senti l’uso del disegno, ciò che concorre a rendere ribelle la sua pittura, lo stesso che la scuola veneziana del Tonalismo rifiutava, Tintoretto recupera dalla scuola fiorentina e Romana. Si sente Michelangelo. Strisciamo nelle stanze e raccogliamo nelle tasche colori e suggestioni. A un certo punto, eccolo! Boom! Un colpo al cuore.

nor

Gli sono davanti, mi cade addosso, sento che la scena mi investe, mi strascina dentro al quadro, quella luce, la gente, i colori, nello sfondo in prospettiva una richiamo o forse un omaggio alle architetture di Palladio che sono novità contemporanea. Un miracolo. Sento che chiama.

Sono venuta solo per quest’opera, uno schiavo al centro per terra tutta la gente intorno, piani diversi per ruoli diversi, San Marco dall’alto che cala con una pesantezza tutta umana ed una presenza da Deus ex machina. Io sono lì dentro, sto assistendo alla scena. Non sento più nulla se non lo stupore e il vociare dei personaggi del quadro, la gente che sta intorno, un cerchio che si chiude con chi sta davanti all’opera e ne diventa parte. Vorrei gridare, che vadano via tutti, lasciatemi qui, da sola, mi siedo e ascolto. Ascolto la luce, i colori l’atmosfera e la maniacale attenzione per i particolari di Jacopo che ormai sento mi appartiene. Ecco, improvvisamente capisco.

Non è il miracolo dello schiavo, ma il nostro. Tintoretto ci sta dicendo che il vero miracolo siamo Noi. Noi che viviamo l’arte e la bellezza in un quotidiano continuo e ci vuole un miracolo per prenderne coscienza. Noi che siamo fortunati a vestire tutti i giorni questa storia dell’arte che ci è sangue, identità, reputazione. Tintoretto mi racconta la giornata che sto vivendo, me la fa vedere.

Sono frastornata. Michela mi trascina via, forse si è accorta dello stordimento, mi distrae facendomi vedere in un angolo la scala di Palladio, la prima elicoidale in pietra, e penso ancora al quadro a quelle architetture palladiane dipinte così vicine all’architettura vera. A quel Paolo Veronese che di Palladio fu “socio” e di Tiziano fu allievo prescelto, mentre Jacopo fu mandato via, troppo simile al maestro da far paura. Rifacciamo il giro al contrario delle sale, e poi di nuovo, ad ogni angolo sbircio “Il miracolo dello schiavo” che riempie un’intera parete, per vedere se è ancora lì, come gioco a nascondino, come magia. Usciamo.

In silenzio imbocchiamo una calle. Ancora in silenzio, orecchie chiuse, occhi colmi. Entrambe abbiamo capito che cosa è successo. Questo siamo noi, questo è quel Made in Italy che altri cercano e che noi a volte perdiamo, è nel quotidiano, in ognuno di noi. Il vero miracolo.

Al secondo ponte ci riprendiamo e cominciamo a fare un po’ di pettegolezzi, poi riprendiamo tesi e ipotesi di ricerca, più forti. La vita riprende con in tasca tutti i colori di Jacopo e quella luce che voltandoci troviamo in fondo al Rio prima che l’acqua si sposi con la Laguna. Questa è Venezia. Questi siamo Noi.