La città di una Giulietta contemporanea (e non solo) vista da Fabrizio Magani, Sovrintendente SABAP Verona, Rovigo e Vicenza.

Di Daniela Cavallo, Architetto

L’occasione è l’inaugurazione della Dogana Vecchia a Verona dopo i restauri, Dogana di Terra, poi Dogana d’acqua, insomma della più bella architettura del Settecento in città, da tempo ormai sede della Sovrintendente SABAP di Verona, Rovigo e Vicenza. Un respiro nuovo per spazi già valorizzati dall’Economia del Territorio, quelle merci che sull’Adige si fermavano per pagare dazio.

Realizzata nel 1746 su progetto del Nobile architetto Alessandro Pompei (braccio armato di compasso di quel Scipione Maffei che nel Settecento a Verona mise in atto una Renovatio urbis) alle spalle della Basilica di San Fermo, costruita a tempo di record. Un nuovo punto di sdoganamento e di controllo sanitario delle merci che viaggiavano via Adige, e non solo, in quella città scaligera, da secoli nodo di vitale importanza per il commercio, che aveva conservato tale ruolo primario anche in età veneziana. Una questione politica insomma, là dove già due secoli prima i Vicentini avevano dichiarato “guerra” a Venezia con quella Santa Agricoltura che Palladio disegnò nei modelli della villa; Verona fece guerra con le merci, usando l’arte di costruire come luogo visibile di una cultura antica, la Dogana il risultato di quel disegno, di quella ribellione. Dinamiche squisitamente venete.

“Sdoganamento” sembra dunque la parola chiave di oggi, andare oltre un passato che non sia solo conservazione, abbia l’ardire di disegnare un contemporaneo come fiato lungo e visione per un futuro sempre più vicino, parola che è significato di una chiacchierata con il Sovrintendente Fabrizio Magani, di quella Dogana ideale custode, seppur ereditata nel progetto di restauro. Un curriculum di tutto rispetto, laureato a Padova alla Facoltà di Lettere con una tesi in archeologia, già Sovrintendente in altri territori, ha portato a Verona una visione lunga e coordinata, va’ orgoglioso dei suoi uffici e del riassetto efficiente e ordinato degli stessi, come del dialogo instaurato con la città. Alto, longilineo, un’eleganza casuale mai formale, disponibile, barba e capelli bianchi ma occhi chiari giovani e veloci con uno sguardo acceso e curioso che nasconde “diosolosa” cosa pensa in quel momento, ironico senza darlo a vedere, quella quiete di chi conosce, colto e non per questo arrogante, curioso, di una vivacità che è voglia di vivere, un modo di fare, con lo stesso sorriso e la stessa affabilità con la quale ti invita ad accomodarti ti può mandare via in mezzo secondo, spiazzandoti.

Come vede Verona Dottor Magani?

Verona è la città che si muove di più di tutto il Veneto. La città e la provincia con la maggiore vitalità in un Veneto votato alla moderazione. Verona oggi vive una bella condizione, è in cambiamento, si sta innovando, dal riuso delle mura a quello di edifici semiperiferici, alle infrastrutture, insomma pare ci sia vita al di là di queste mura.

Una città diversa dalle altre del Veneto?

La questione è che siamo territori di provincia; spesso le cose in Veneto non riesci a portarle sempre fino in fondo, gli ingranaggi rallentano, nonostante la bella macchina, poi si fermano, poi ripartono. Ripensamenti, a volte intoppi. Per i numeri che ha questo territorio si potrebbe andare più veloce e in crescita continua, dove ogni luogo trascina l’altro in una opportunità per tutti. Verona spinge più di altri.

Viene in mente quel libro, “Unosetteseidue”, che Fabrizio Magani ha pubblicato di recente, rifacendosi un po’ a quel carattere squisitamente Veneto di mettere in atto ciclicamente un Rinascimento o Neoclassicismo che sia, di certo un vitale cambiamento che è evoluzione, dove l’arte è espressione di questa innovazione, dove la realtà del territorio si può leggere attraverso i quadri, che sono oggetti di consumo ma che offrono anche possibilità di scambi d’esperienze, in un dialogo stretto tra finzione e verità. Altre merci.

Dottor Magani mi viene in mente una recente rivoluzione, quella messa in atto da Claudio Baglioni con lo spostamento del palco al centro dell’Arena, una produzione di cultura? Innovazione? 

Assolutamente. Rispetto al tradizionale il palco centrale mette in moto lo spettacolo, è un bel progetto, crea un punto di non ritorno, valorizza il luogo. Può essere un suggerimento anche per la lirica; Baglioni reinterpreta lo spettacolo, e il melodramma è nato come spettacolo popolare, la musica Pop ne è evoluzione naturale. Sottolinea più volte il Sovrintendente questa naturale necessità ad evolversi e il carattere contemporaneo di Verona capofila del Veneto nelle scelte future, in questo movimento che porta gli edifici a nuova vita. Vede, negli anni 70 ci si poneva come obiettivo “conoscere per conservare”, oggi la trasformerei in “innovare per testimoniare”, lasciare il segno del nostro contemporaneo che per lungo tempo abbiamo rinunciato a lasciare; naturalmente compatibilmente con il rispetto dei luoghi e della storia. Qui è la sfida.

Verona dunque è una città da viverci? E il rapporto con il Turismo?

Verona è una bellissima città, viva, pulsante, ma è pur sempre una città di provincia, per intenderci non è Milano, paga quindi lo scotto di una difficile convivenza tra l’abitante e il turista. Le dirò, sono contento che si sia ceduta la T (Turismo) del nostro Ministero (MIBAC) perché il Turismo a tutti i costi è diventato un frullatore mediatico dei luoghi. Le dirò di più, a mio avviso il turista non si muove per il patrimonio culturale, saper guardare a questo è un lusso, è un’ esperienza individuale non di massa. I valori della terra, tra natura e gastronomia, muovono la massa, la conoscenza del patrimonio è una ricaduta. 

E’ giusto dunque che la T (Turismo) stia nel Ministero dell’Agricoltura?

Si! Perché è giusto così, il Territorio si conosce attraverso il suo sapore, e qui si crea una prima selezione; è un passo successivo quello dell’interesse per il patrimonio. Puntare direttamente su questo non funziona, la gente vuole potersi riconosce in quello che sa. E qui vi è uno snodo importante, quello dell’informazione necessaria per visitare la città, un’informazione, anche una cartellonista che deve essere opportunamente disegnata. L’argomento sembra stare a cuore, incalza Bisogna decidere se si vuole essere Vetrina o Città, vedi Venezia. Il problema della provincia è che si convive in maniera difficile col Turista. Pensa al viaggio, a quei viaggiatori Settecenteschi che tanto hanno descritto anche del loro passaggio da Verona lasciando traccia. Se dovessi pensare ad un approccio alle città penserei di planare dall’alto, guardare le città da una prospettiva diversa, più larga che possa suggerire orizzonti, fughe, sguardi lunghi.

Racconta di Goethe e del suo viaggio e di quei capperi raccolti in Giardino Giusti a Verona e messi in tasca. Agricoltura, cultura del territorio e dei suoi frutti, in primis quelli commestibili; la stessa che si conserva in Biblioteca Capitolare in quell’indovinello veronese che è seme della lingua italiana. Legami identitari. L’arte serve alla vita, ha una forte valenza civile, non è digressione da salotto. E se dovessi pensare ad un museo della città, lo dedicherei a Giulietta, è un’idea che la città si porta ormai dietro da un bel po’ e che ha il suo peso. Una nuova Giulietta, magari rossa, fiammante, di design, che ingrani la quarta e faccia l’impresa e che si innamori di un Romeo che di cognome non fa più Montecchi, ma Alfa. Innovazione dunque, evoluzione di quello “sdoganamento” che vede nell’arte contemporanea un buon fine, quello che Art Verona, fiera scaligera dell’arte di oggi, metterà in scena proprio negli spazi della rinnovata Dogana. L’arte serve alla vita perché, come la Natura, ha una forza biologica. Stare in mezzo alle opere d’arte acquisisce una valenza civile.

E’ ricchezza. Il cerchio si chiude, da Maffei a Magani il passo è breve.