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Un fremito d’attesa si è infranto giovedì sera, all’inizio del terzo atto, quando Calaf, magistralmente interpretato da Yusif Eyvazov, ha eseguito il celebre Nessun Dorma e il pubblico presente in Arena, quasi 13mila persone, è esploso in un applauso ammirato e soddisfatto, tanto da farsi concedere dal tenore azero e dal direttore d’Orchestra Marco Armiliato il bis, certificando il successo di una serata che per la prima di Turandot in questo 99esimo Festival Lirico all’Arena di Verona ha avuto più di dieci minuti di applausi entusiastici a scena aperta al termine del dramma.

Un trionfo che ha visto protagonista fin dal principio l’acclamato soprano Anna Netrebko, nella vita anche moglie di Eyvazov, principessa di ghiaccio in questa Turandot, disegnata nella regia e nelle scene dall’indimenticato Franco Zeffirelli, come una storia fiabesca che alterna al ritmo della musica di Giacomo Puccini, scene d’amore e di morte, dolcezza e vendetta, contrapponendo alla figura di Turandot quella di Liù, schiava dell’anziano padre di Calaf, Timur, e interpretata dall’esordiente Maria Teresa Leva, simbolo della purezza giunta fino all’estremo sacrificio pur di non tradire la fiducia di Calaf.

In un atmosfera quasi da sogno, dominata da colori cupi, il primo atto apre all’ennesima vittima della vendetta di Turandot, il Principe di Persia che, non avendo indovinato gli enigmi della principessa figlia dell’Imperatore di Pechino, si appresta  a morire al sorgere della Luna. Sorda alle suppliche del suo popolo, Turandot in veste bianca – colore che ritorna ancora successivamente e che simboleggia la morte – lo condanna. Lì avviene il primo incontro con Calaf che, tra la folla presente, rimane folgorato dalla sua bellezza e decide di sfidarla ad indovinare i suoi tre enigmi. Quasi un gioco il dialogo tra lui e i tre ministri del regno Ping, Pong e Pang, unici elementi di colore tra i personaggi, che cercano inutilmente di dissuaderlo. Anche la dolce preghiera di Liù è vana verso Calaf, che suona il gong richiamando l’attenzione di Turandot per sfidarla.

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Il secondo atto si apre con il racconto dissacrante dei tre ministri che provano nostalgia per la loro vita precedente ai propositi vendicativi di Turandot verso gli uomini, narrazione interrotta dai preparativi che fremono per l’incontro tra la principessa e Calaf. Un primo spontaneo applauso di stupore scoppia all’aprirsi della scenografia per rivelare la magnificenza del palazzo del Imperatore, dominato dai colori oro e rosa. Qui Calaf sfida Turandot e riesce ad indovinare i suoi tre enigmi, rivelando la natura fragile della donna che, umiliata, non vuole mantenere la promessa del suo giuramento. Una riflessione che scava in profondità nella tematica della figura femminile e sul suo bisogno di emancipazione. Calaf le sottopone a sua volta però un enigma, chiedendole di indovinare entro l’alba il suo nome. Se riuscirà sarà libera di ucciderlo.

Il bisogno disperato di trovare il nome del suo spasimante, porterà al confronto Turandot con Liù che, per proteggere anche Timur, rivela di essere l’unica a conoscenza del nome dell’uomo ma, pur di non tradirlo, si ucciderà, gettando nello sgomento tutti i presenti. La sua lezione di purezza colpirà però infine Turandot che capirà di potersi affidare a Calaf, trovando con lui un sentimento non più d’odio, ma d’amore.

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