Ha radici lontane la storia del del Rugby Club Valpolicella, quando Sergio Ruzzenente, nel 1974, inizia a far giocare il primo gruppo di ragazzi a Negarine, località oggi confluita nel comune di San Pietro in Cariano. Ruzzenente fonda una società, di cui oggi è ancora presidente, che prende presto il nome di Valpolicella Rugby, diventando un punto di riferimento per i giovani di quel territorio.

«I primi tempi sono stati parecchio difficili – racconta Ruzzenente – avevamo un’impiantistica molto disordinata e attirare i bambini verso il mondo del rugby non era così facile. Oggi abbiamo un buon campo a San Pietro in Cariano e un secondo campo a Nassar messo a disposizione dall’amministrazione. Contiamo 350 atleti e 100 tra dirigenti e allenatori. Dei nostri atleti 60 sono seniores, quindi over 18, mentre i restanti hanno un’età che va dai 4 ai 18 anni». 

È proprio questa la peculiarità del club, che fin dalla sua fondazione ha sempre voluto puntare sui giovanissimi, crescendoli come giocatori. «Nella stagione 2010-2011 siamo riusciti ad essere promossi in serie A con tutti ragazzi cresciuti nel club e nel corso degli anni abbiamo prodotto eccelle a livello giovanile e alcuni nostri atleti hanno anche debuttato in nazionale. Come Valpolicella Rugby abbiamo dato vita ad un sistema: oggi lo sforzo ci viene riconosciuto, ma una volta era difficile far giocare i bambini. Ora è cambiata mentalità, i genitori si fidano, e negli ultimi anni il rugby ha avuto una nuova vita». 

Sono oramai 10 anni che il Valpolicella Rugby mantiene il suo posizionamento in serie A ma il risultato non è certo semplice da mantenere. «Ci teniamo a mantenere una squadra in A perché giocare ad un buon livello stimola i ragazzi ad abbracciare la nostra maglia, se giocassimo solo a livello più basso cercherebbero altre squadre altrove. Per lo stesso motivo abbiamo inserito in squadra un paio di atleti stranieri: in mezzo al campo serve chi dia l’esempio.

È una vera famiglia quella che si è creata attorno al Valpolicella Rugby, tanto che anche i dirigenti e gli allenatori sono stati formati tra i genitori degli atleti o tra gli ex-giocatori. «Crediamo fortemente, a livello di struttura, nell’educazione verso il mettersi a disposizione. C’è riconoscimento da parte di tutti e forte attaccamento alla maglia, anche i genitori capiscono lo sforzo per tenere i ragazzi sul campo e partecipano attivamente».

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