Elisabetta Elio
Elisabetta Elio

DA OLTRE 130 ANNI A FIANCO DEI PIÙ DEBOLI 

Fondazione Pia Opera Ciccarelli nasce nel 1885 a San Giovanni Lupatoto: più di un secolo di storia al servizio delle fragilità, accanto a persone anziane non autosufficienti e persone adulte con disabilità gravi. Oggi la Fondazione è presente con 9 strutture all’interno della provincia e svolge un’importante attività domiciliare: circa 1.000 ore alla settimana nelle famiglie di Verona, San Giovanni, Minerbe, Angiari. Gestisce anche due centri diurni in città e 18 appartamenti protetti tra Verona e San Giovanni Lupatoto. 

A dirigere la Fondazione è Elisabetta Elio, in Opera Ciccarelli da ventisei anni e con una profonda conoscenza della sua storia. «Le strutture come la nostra – racconta – sono tantissime non solo a Verona o nel Veneto, ma in tutta l’Italia. Nascono come strutture di carità, dall’azione congiunta di Chiesa e benefattori, dalla fine dell’Ottocento. La stessa sede di Pia Opera Ciccarelli fu acquisita dal parroco di allora, monsignor Giuseppe Ciccarelli di San Giovanni, che comprò la prima casa dove oggi sorge la sede centrale della Fondazione con il sostegno di donatori locali». 

Questi enti nel tempo sono cresciuti e si sono adeguati alle difficoltà della storia, vivendo l’ultima grande trasformazione a partire dagli anni ‘70, quando nelle case di riposo sono entrate le persone non autosufficienti. Oggi proseguono la loro attività basandosi su standard vecchi di vent’anni, modificati l’ultima volta nel 2002 dalla legge regionale di accreditamento delle strutture. «Vent’anni sono tanti – commenta Elio -, perché all’interno delle nostre strutture è cambiato tutto. Oggi è l’utente che paga una buona fetta del servizio: credo che si debba mettere mano alle quote sanitarie, cioè quel supporto che il servizio socio sanitario riconosce alle persone non autosufficienti. Stiamo facendo uno sforzo enorme, noi come altre strutture del Veneto, per riuscire a creare una casa accogliente; ma la casa accogliente richiede manutenzione, ristrutturazione. Richiede risorse». 

Elisabetta e la Fondazione hanno vissuto gli ultimi due anni in trincea: «È stato molto faticoso: ci siamo trovati in una situazione nuova, tragica, che ci ha scioccato. Però una nostra caratteristica fondamentale è la resilienza, cioè la capacità di resistere e di trasformarsi, perché siamo allenati e votati a cercare soluzioni per dare una risposta a chi ha più difficoltà di noi. Questo è il fondamento che ci fa resistere. L’altro aspetto importante è il lavoro di squadra. A turno ci siamo sentiti tutti soli, abbandonati e incompresi durante la pandemia. L’unica soluzione è stata lavorare insieme, sostenersi reciprocamente». Ricoprire il ruolo di direttrice durante l’emergenza non è stato semplice: «Credo che il mio compito principale sia dare fiducia a tutti gli altri, mostrare sicurezza e determinazione. Sono in Fondazione da ventisei anni e porto avanti un testimone che è stato custodito da altri prima di me: seguire un cammino che continua secondo me è fondamentale».

Uno dei traumi impressi nella mente della direttrice è il momento in cui ha dovuto isolare la struttura. «Noi che negli anni abbiamo lavorato per abbattere tutte le barriere che ci separavano dal territorio, abbiamo dovuto improvvisamente ergerne di nuove per difendere i più fragili. Non avere più i familiari a fianco nei nostri progetti di assistenza è stato uno shock. Ci siamo sentiti orfani». 

Oggi, a distanza di 22 mesi da quei giorni, la situazione è più serena: «Tutti gli ospiti hanno ricevuto la terza dose – aggiunge Elio – e noi ci destreggiamo con le procedure di disinfezione, distanziamento, e utilizzo di PI che non conoscevamo». La tranquillità riacquisita permette alla Fondazione di volgere lo sguardo al futuro: «Stiamo lavorando in due direzioni: la prima è quella di rafforzare i servizi territoriali, in modo che le persone anziane parzialmente autosufficienti possano vivere più a lungo possibile una dimensione di domiciliarità. A questo scopo stiamo costruendo con la Fondazione Cassa di Risparmio una piattaforma informatica che metta in collegamento l’utente, la famiglia e i professionisti del sociale. L’altra progettualità è più impegnativa: robotizzare la preparazione della terapia farmacologica. Ciò significa, oltre che acquistare il robot specifico, mettere in atto un percorso di formazione e di implementazione informatica del lavoro di squadra di tutta la parte sanitaria». Dopo aver messo nero su bianco queste progettualità, Elisabetta Elio vuole ripartire dall’insegnamento di monsignor Giuseppe Ciccarelli e da una frase che per la fondazione è diventata quasi un mantra: “Lavora come se tutto dipendesse da te e impegnati come se tutto dipendesse da Dio”.

Fondazione Pia Opera Ciccarelli
Fondazione Pia Opera Ciccarelli

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