C’è chi ha parlato di fine dell’era coworking ai tempi del Coronavirus e chi adesso si dovrà ricredere. A Verona, Officia 18 e 311 portano avanti un progetto vincente che dalla pandemia esce rafforzato. Officina 18, in Borgo Roma, nasce nel 2016 e conta oggi diversi uffici e postazioni in coworking, una sala con cucina e una sala eventi che in tempi non sospetti ospitava fino a 100 persone. «Un ambiente modulare – racconta il responsabile Sergio Cremonesi – per non rimanere legati ad un unico scopo». In lungadige Galtarossa 311 Verona, frutto della fondazione Edulife che da oltre 30 anni si occupa di formazione, ha dato vita ad un grande coworking che è prima di tutto acceleratore di apprendimento articolato in area education e area business, dove trovano casa medie e piccole imprese e singoli professionisti con l’obiettivo di coinvolgere i giovani nel rapporto con gli adulti.

Due luoghi investiti in pieno dal lockdown di marzo, obbligati alla chiusura immediata nella preoccupazione generale. Due luoghi, però, che nel momento di maggiore incertezza si sono confermati qualcosa in più che semplici spazi in condivisione.  «Ero sicuro che qualcuno avrebbe spento il contratto per i mesi di lockdown – confessa Antonello Vedovato, fondatore di Fondazione Edulife – ma la cosa bella è che nessuno lo ha fatto. Questo ci ha permesso di sostenere le spese anche nel momento in cui 311 era vuoto». La forza arriva in primis dalle aziende residenti, «le prime a ripopolare anche officina 18» conferma Cremonesi: un aspetto atipico per un coworking ma in grado di dare solidità e possibilità di investimento.

Certo i cambiamenti ci sono stati, in entrambi i casi, sia in termini di riorganizzazione degli spazi che di implementazione delle misure di sicurezza; ma se da un lato si è dovuta ridurre significativamente la disponibilità di postazioni, dall’altra si fa sempre più forte la consapevolezza che un coworking possa funzionare davvero anche nella nostra città. «In Italia, prima del Covid, i coworking funzionavano principalmente a Milano, dove c’era un’alta concentrazione di persone e un altissimo costo di locazione – spiega Vedovato –. Quando abbiamo aperto pensavamo che Verona non potesse reggere un coworking, ma è successa una cosa particolare: abbiamo avuto la conferma che il nostro modello, come acceleratore di apprendimento, piace alle aziende e ai singoli professionisti».

Non tanto il coworking, dunque, ma la tipologia di coworking che si decide di offrire. «I progetti che funzionano – conferma Cremonesi – sono quelli che si sono staccati dai modelli inglesi o americani e che condividono ideali e intenti, prima che uno spazio». Tanto che 311 Verona, aggiunge Vedovato, ha vissuto un momento di svolta con la definizione di un decalogo di valori condivisi, «affinché le persone al suo interno siano soggetti significativi e di testimonianza».

Consapevoli che la tragedia che stiamo vivendo genererà inevitabilmente dei cambiamenti, la chiave sta nel trasformarli in opportunità e in un momento in cui lo smartworking sta diventando consapevolezza, si fa strada anche il bisogno di cercare dei luoghi di aggregazione, posizionamenti fisici dove poter recarsi se necessario. «Con la messa in discussione delle grandi megalopoli, il nostro territorio – spiega Vedovato – può intercettare i generatori di valore che tornando da fuori possono concorrere allo sviluppo della città che è ancora terreno fertile per sperimentazioni. Abbiamo più che mai bisogno di una comunità con intenti condivisi, soprattutto in ambito lavorativo: altri spazi, al contrario, rischiano di diventare avvilenti».